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Racconto: Jane è pazza

luglio 13, 2012

Dentro piove e fa freddo e c’è tanto sangue sul pavimento e c’è la guerra. Dentro il cuore.
Fuori c’è il sole, ma chi se ne frega di cosa c’è fuori, quando dentro fa così male da non riuscire più a volare. 

Jane ascolta i Jane’s Addiction.
I Jane’s Addiction non ascoltano Jane.
Jane beve il suo Jack Daniels.
Il signor Jack Daniels non beve Jane.
La televisione fa di tutto per attirare l’attenzione di Jane. Ridi! Telefona! Compra! Solo la televisione si accorge dell’esistenza di Jane, perché Jane non è abbastanza bella da piacere e non è abbastanza brutta da essere presa in giro e la sua testa non è uguale a tutte le altre teste della stessa età. Se qualcuno si accorgesse di Jane avrebbe paura dei suoi pensieri.
Jane si accorge che la televisione è accesa e la spegne lanciandole contro una bottiglia di Jack Daniels vuota.
Jane apre il rum.
Jane versa il rum nelle scarpe vuote.
Jane beve il rum e le scarpe sono di nuovo vuote.
Versa beve versa beve versa beve. Versa.
La bottiglia è vuota.
Jane vorrebbe bere ma non sarebbe giusto nei confronti delle scarpe che hanno bisogno di evadere dalla lucida percezione del mondo.
Jane s’infila le scarpe e i suoi piedi nuotano felici nell’alcol.
Jane sorride.
Jane dorme e i suoi occhi nascondono mondi di cui non sa parlare.

Jane vomita nel cesso, ma il vomito va tutto fuori. La mamma di Jane urla. Il padre di Jane la prende a schiaffi. La madre di Jane piange. Il padre di Jane la consola. I vicini picchiano sul muro. Jane vomita e quel vomito è l’unica cosa che ha da dire.

E’ successo anche ieri e succederà domani e dopodomani. Jane non ha voglia di restare lucida, perché quando pensa sta peggio di quando vomita e nessuno se ne accorge. E poi quando è piena di alcol non vola ma almeno galleggia e il mondo sembra un’altalena.

Finché arrivano i dottori.
«Jane non parla.»
«Jane non mangia.»
«Jane beve, dorme, vomita.»
I dottori capiscono. Jane rovina il morale e sporca la moquette. Sveglia i vicini e disturba la coscienza. Non è possibile parlare con lei, perché invece di rispondere tace, e il suo silenzio pone domande. E se si cercano le risposte si rischia di diventare un po’ come lei.
Jane è malata. E’ pericolosa. Ma il suo cervello può essere riparato, così come si riparano i computer – forse, un giorno.

Jane è un brutto ricordo. La mamma non piange più. Il papà è guarito dalla sua gastrite. Prima o poi troveranno un altro figlio, intanto fanno gite in campagna per consolarsi. I vicini dormono molto bene.

Ogni tanto Jane picchia, perché non le piace essere prigioniera. Ma legandola al letto smette di picchiare, con i farmaci smette di urlare. Gli infermieri devono pulirla tra le gambe, ma in fondo il lavoro è lavoro, e poi è divertente ridarle indietro le botte mentre è legata. E l’istituto, pagato per ogni paziente che ha in cura, fa quadrare il suo bilancio anche grazie a Jane.

Un giorno d’inverno Jane sognerà di morire in quella stanza bianca con le lenzuola pulite. E da quel momento smetterà di parlare per sempre. E forse qualcosa in lei sarà ancora vivo fino a quando il suo cuore si fermerà molti anni dopo.

E mentre Jane andava via e la mamma lavava il bagno, chi diceva che non era giusto rimase a guardare, comodamente seduto all’ultimo spettacolo, con occhi ornati dalle lacrime.

E vissero tutti felici e contenti, o almeno così dicono loro.

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One Comment
  1. Anonimo permalink

    E tu, cosa vuoi saperne di cosa vuol dire essere Jane?

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