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Racconto: Parole che tornano

luglio 16, 2012

Betta era in macchina, finestrino aperto. Il vento contro il viso e fra i capelli lunghi la faceva sentire libera. Vedeva passare gli alberi e le case ai lati, mentre le case vedevano passare lei. Cantava e il cellulare era spento, buttato da qualche parte nel disordine sfacciato della sua auto. Estrasse un pacchetto da una tasca sul seno, e dal pacchetto una sigaretta che portò alla bocca. Aprì il portaoggetti per cercare l’accendino, invece trovò un foglio piegato. «Tengo sempre un sacco di roba inutile, a volte mi rimane tra i piedi per anni e anni, come se la vita fosse fatta di giorni da ricordare e non di attimi da vivere. Via, via tutto!». Gettò il foglio dal finestrino e si accese la sigaretta con uno dei tanti accendini che vivevano felici nel portaoggetti.

Marco aveva le mani salde sul volante, finestrino abbassato, l’aria sul viso. Elena giocava con i suoi capelli corti e sorrideva. Gli ricordò che avevano programmato quel viaggio anni prima. Già, è vero: dal giorno in cui si erano messi insieme, Marco l’aveva dimenticato. La guardò interrogativo: come mai poi non erano partiti? Ah già, la madre di Elena all’ultimo momento si era sentita male, l’avevano portata insieme all’ospedale e avevano rimandato il viaggio. Di molti anni. Mentre parlavano di ricordi, un foglio piegato entrò dal finestrino e si fermò contro il petto di Marco. «Ma guarda quella deficiente – esclamò lui – butta la roba dal finestrino e poi mi finisce addosso!». «Chissà cos’è», chiese Elena. Prese il foglio e lo dispiegò. Marco era arrabbiatissimo, premette forte sull’acceleratore per affiancarsi alla macchina davanti e farsi sentire dalla conducente.

Dieci anni prima. Era il sedicesimo compleanno di Betta ed era estate. Lei si era svegliata, aveva fatto colazione con i genitori e i fratelli, aveva aperto i regali, poi era corsa in camera a scegliere i vestiti. Doveva essere bellissima! In mattinata sarebbe passato a prenderla Marco e l’avrebbe portata dove le aveva promesso – oh, non che fosse una delle mete più ambite del mondo, ma è strano abitare a pochi chilometri dalla frontiera senza averla mai passata. E allora quando ti decidi a farlo sembra di varcare chissà quale soglia. Meglio la gonna rossa o quella nera? Suonò il telefono. Betta prese l’apparecchio che aveva lasciato su un mobile della stanza, di fianco allo specchio – sicuramente era qualcuno che voleva farle gli auguri, magari proprio Marco. Sì, era Marco! «Ciao, volevo farti gli auguri». Ma il tono era triste, anzi colpevole: non chiamava per gli auguri. Si era messo con un’altra ragazza, certo voleva bene a Betta, ma l’altra per lui era speciale, insomma non sarebbero andati insieme in quel posto perché ci sarebbe andato con quell’altra, ma non potevi almeno venirmelo a dire di persona, scusa ma ho pensato che fosse meglio per tutti troncare in fretta con una telefonata. Betta pianse, desiderò di morire. Gettò all’aria tutto il trucco e si buttò sul letto col suo pigiamone rosa. Non c’era più bisogno di farsi bella. Quando si alzò tentò di scrivere una poesia. Non le venne in mente nemmeno un verso, così scrisse la prima frase che le venne in mente e se la ficcò nella tasca del pigiama.

Da dietro la curva, improvviso come la morte, apparve un camion con il suo rombo inconfondibile. Betta vide una macchina affiancarsi alla sua; sentì un uomo gridarle qualcosa; vide la macchina inchiodare e il camion travolgerla. Frenò di colpo anche lei, lasciò l’auto in mezzo alla strada e corse a vedere la tragedia. Anche l’autista del camion era sceso, con la bocca spalancata e gli occhi stralunati. La colpa era inequivocabilmente sua, soltanto sua. Era talmente sconvolto che non riusciva a parlare. Si limitava ad osservare il guard rail sfondato, il precipizio che sembrava non avere fine, gli scogli e il mare laggiù in fondo: milioni di chilometri più in basso, dove non può esistere forma di vita. Mentre nella loro realtà, lassù, di quella macchina era rimasto solo un foglio, che era uscito dal finestrino del guidatore. Un pezzo di carta aperto che svolazzava qua e là, come indeciso nel scegliere una pista per l’atterraggio, finché finì proprio nelle mani di Betta. Che lo lesse e assunse lo stesso sguardo del camionista.

Vi auguro di ammazzarvi tutti e due sulla strada per Nizza.

A volte ci si dimentica di fare gli auguri, altre volte ci si dimentica di aver augurato qualcosa; qualche volta accadono fatti inspiegabili.

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4 commenti
  1. Compagnia degli scrittori permalink

    Stravolta dopo la
    Lettura ma consapevole che se fosse una idea di morte…sarebbe abbastanza tragica in un racconto, ovvio.

    • fuoricontesto permalink

      Addirittura stravolta?
      Grazie del commento!

  2. samarcanda permalink

    Scritto benissimo. A volte diciammo o facciamo cose che non pensiamo veramente, ma che poi accadono. Verrebbe da dire…taci, il destino ti ascolta, ma bisogna ammettere che tanto è già tutto scritto, la nostra responsabilità è solo un un caso.

    • fuoricontesto permalink

      Io non credo che sia già scritto, ma… chissà, forse è scritto che io non ci creda 🙂
      Grazie del commento e del complimento!

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