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Racconto: Sproloquio di un escluso

luglio 20, 2012

Li guardo passare, schifato. Anche loro sono schifati – da me. Ma io ho ragione. Litigano, girano con facce serie, come se potessero avere idea di cosa significhi avere un problema. Un ragazzino – avrà dodici anni – mi allunga qualche moneta rossa. Gli agguanto la mano, lo fisso negli occhi e gli dico: «Piacere, io sono Luca e sono frocio». E’ così spaventato che, quando gli lascio la mano, non scappa; rimane a fissarmi con occhi vuoti, che esprimono il suo vuoto individuale, il vuoto della sua famiglia, il vuoto del suo tessuto sociale. Gli tiro in faccia le monete: «E queste ficcatele in culo, prima che ti ci ficchi io qualcos’altro. Non bastano nemmeno per un caffè, stronzetto!».
Li odio. Li odio perchè noialtri paghiamo per tutti. Paghiamo per loro, che si adattano a qualsiasi merdata, pur di non avere problemi.

Dormo qui, sotto questo portico, in zona stazione. Ho il mio angolo, è mio e non lo tocca nessuno. Anche perchè sono pieno di malattie che nessuno vuole rischiare di prendersi.

Alle undici del mattino mangio dai frati. Anche gli altri esclusi mangiano dai frati, ma io a differenza loro non gli lecco il culo. Il cibo lo mangio, perchè io non ci credo che sono nato per soffrire, e la minestra si mangia anche quando te la dà uno stronzo. Ma se sono qui è anche colpa delle stronzate che vanno predicando da duemila anni, e non basteranno un piatto caldo e un würstel ad assolverli. Che li assolva il loro dio, se pensa di avere il diritto di giudicare la gente; ma io li condanno con tutto il mio odio.
Una volta ho toccato l’uccello a un frate, mentre gli passavo davanti con il vassoio in mano. Mi ha guardato inorridito, ma non ha reagito. Né uno schiaffo né male parole, solo un velo di orrore. L’ho guardato negli occhi e gli ho detto: «Cosa fai, non mi dai uno schiaffo? Guarda che me lo merito, ti ho toccato l’uccello! Ma io lo so perchè non lo fai: per paura che si capisca che sei un omofobo…». Da allora, quel sacerdote non si è più visto.

Dopo mangiato vado in biblioteca. Almeno sto un po’ al caldo, e se piove sono al coperto. Provo a leggere, ma di solito non ci riesco perchè casco dal sonno. E chi riesce a dormire decentemente, la notte? Qui si trema dal freddo. Il vino ti fa sentire più caldo, ma non ti scalda davvero. Se devi morire non sarà un litro di vino a salvarti. Io poi non posso nemmeno più berlo. Basta un bicchiere per farmi vomitare.

Mi ricordo di Giorgio. Lui è riuscito a volermi bene, scoprendo il piccolo frocio che è in lui. E solo io so quanto gliene ho voluto. Ho vissuto da lui per un po’ di tempo. Ma poi si è ributtato sulle donne; meglio per lui, avrà meno problemi nella vita. Gli ho raccontato che ho trovato un’altra casa e un lavoro decente. Se sapesse come vivo cercherebbe di convincermi a tornare a casa sua. Ma non potrei vivere con lui senza dormire nello stesso letto, e non voglio dargli altri problemi. No, è meglio così.

Presto sarò morto, credo. E se tutto va bene, per allora mi avrà scordato.

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2 commenti
  1. samarcanda permalink

    Forte, questo pezzo. Un’anima pulita condannata per la sua schiettezza: questo è il nostro mondo.

    • fuoricontesto permalink

      Per la sua schiettezza o per sfiga… ci sono tanti motivi per cui si può finire per la strada.
      Grazie del commento!

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