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Racconto: Un bit fuori posto, pt 1/2

luglio 23, 2012

Pubblico in due parti questo racconto. Ho cercato di scrivere una caricatura della realtà, come vuole una vecchia e sana tradizione della fantascienza. Spero di essere riuscito a scrivere qualcosa che, pur nella semplicità di poche immagini grottesche usate a mo’ di spauracchio, faccia riflettere qualcuno. E spero, ovviamente, di aver scritto un racconto piacevole da leggere.
Ma questo me lo diranno i vostri commenti… spero!

E così mi sono lasciato trascinare al Museo della Tecnologia Antica. Ecco cosa succede ad avere un capo intellettuale che ama rendere partecipe delle sue passioni tutto l’ufficio. Che rottura di palle!
Mi guardo intorno: tutto è deprimente. Tranne i muri e i soffitti: almeno quelli! Sono bianchi, piatti, rassicuranti. Agli angoli sono montati dei sensori d’allarme con un ottimo design. Mi fanno pensare a delle pistole laser. Ma probabilmente, in realtà, sono antiquati quasi quanto i reperti.
Il guardiano all’ingresso è svogliato. Ho visto dei facchini, o comunque inservienti di qualche tipo, che indossano vestiti semplici ma abbastanza eleganti. Svogliati anche loro, però. E nemmeno i visitatori, a parte il mio capo Teo, sembrano sprizzare gioia. Insomma, le persone mi trasmettono le stesse sensazioni dei reperti: inutilità, lentezza, noia. Si può dire che tutto è coerente con lo spirito del museo.
Ma ciò che mi irrita di più è la guida. Accidenti a Teo, questa non gliela perdono: anche il Cicerone di turno, mi tocca sopportare! E’ svogliato come gli altri, ma non lo dà a vedere. E il fatto che riesca a nasconderlo me lo rende ancor più antipatico. E’ come se rappresentasse un’antichità, anzi un’antimodernità, che striscia e si nasconde fra le persone normali, fingendo di essere come noi ma pronto a rallentare il mondo quando meno te lo aspetti. E’ come quegli impiegati che, quando il progetto è pronto per partire e manca solo una firma, dimenticano di portare il modulo al loro capo. E’ come un guasto a un circuito. Sorride come se volesse vendermi un computer di ultimo modello, ma in realtà non vorrebbe essere qui, questo scansafatiche appassionato di passato. Dipendenti pubblici!
Non riesco a capire se l’archeologia mi infastidisce perché è così in contrasto col mio lavoro, o perché Teo cerca di farmela piacere. Ma poi, perché dovrei perdere tempo a capirlo? Io so solo che ho del lavoro arretrato, una ragazza da accontentare sessualmente e un guardaroba da rinnovare!
Sbuffo e Teo si volta a guardarmi seccato. Mi è proprio scappato, accidenti a me, e lui mi ha sentito. Accenno un sorriso di scusa e mi metto ad ascoltare Cicerone, che indica una locomotiva:
«Questo, signori, è uno degli ultimi treni che siano stati prodotti prima dell’abbandono delle ferrovie. Uno dei modelli ad alta velocità, così venivano definiti. Naturalmente oggi ne ridiamo, ma all’epoca furono utilissimi, perché trasportavano uomini e merci in tempi relativamente brevi attraverso distanze che sembravano infinite… proprio così: all’epoca esistevano ancora le distanze! E pensate che, quando vennero costruite le linee sulle quali questi treni corsero, vi furono molte proteste. La più forte fu quella della Valle di Susa, i cui abitanti riuscirono a impedire la costruzione della linea Torino-Lione. Rivendicavano il diritto di vivere fuori dalle città, con ritmi più lenti e perseguendo scopi diversi dall’accumulazione dei capitali. Naturalmente la storia ha dato loro torto, e sappiamo tutti che fine ha fatto quella gente…».
Ipocrita. Proferisce parole di scherno per quegli indigeni ignoranti, ma è esattamente come loro. Lo dimostra la lentezza della sua parlata. E ha la fronte bassa, segno di stupidità.
Stringo i denti per non sbadigliare e sopravvivo alla conferenza sul sidecar, sul deltaplano, sull’ultraleggero e sulle capsule a propulsione magnetosferica. Modi di spostarsi stupidi. Chi se ne frega, se una volta erano necessari? Oggi le distanze non ci sono più, e con esse nemmeno le attese (tranne quando aspetti che un impiegatuccio finisca di parlare dei treni). Dovremmo dimenticarci dell’esistenza del tempo! E del passato, maledizione!
Il biocellulare impiantato sotto il mio cranio mi informa che sono le 17. Benissimo, me ne posso andare! Fingendo un certo dispiacere – poco credibile, temo – faccio presente a Teo che devo incontrarmi con Olivelli per discutere i dettagli dell’affare che abbiamo in sospeso ormai da più di due giorni. Mi risponde che posso andare, ma è un po’ seccato: non mi perdona di avere sbuffato. Pazienza, mi farò perdonare ottenendo dei buoni risultati.
Strizzo leggermente l’occhio sinistro, attivando il ricevitore telepatico del biocellulare, e penso intensamente alla reception della Olivelli. Lì la segretaria più fica che io abbia mai visto mi offrirà la visione di un culo fantasmagorico mentre mi condurrà all’ufficio del mio interlocutore. Sento un leggerissimo formicolio in tutto il corpo, è il teletrasporto che inizia.
Ma qualcosa va storto.

>> Seconda parte

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