Skip to content
Tags

Racconto: Un bit fuori posto, pt 2/2

luglio 25, 2012

Seconda e ultima parte del racconto. Leggi la prima parte, se non l’hai già fatto.
Come al solito, ogni commento è gradito!

Maledizione, sono finito fuori! Dev’esserci stata una tempesta magnetica, o qualcosa del genere. Dal cielo rosso sopra di me vedo cadere un pulviscolo verdastro fosforescente. Il liquido nero ai miei piedi si muove in modo preoccupante, come se volesse bagnarmi le caviglie – mi chiedo se sia vivo. L’elettricità statica nell’aria produce una piccola esplosione di scintille a pochi centimetri dal mio volto; spaventato balzo indietro, ma scivolo e cado come un salame in mezzo a quello schifosissimo rifiuto liquido. Che subito inizia a risalire lungo le mie braccia, rovinando per sempre la mia giacca nuova. Mi alzo di scatto. Devo andarmene di qui, e subito! Devo tornare in città, in una qualsiasi città!
Strizzo di nuovo l’occhio sinistro e ricevo il feedback telepatico del ricevitore del mio biocellulare. Funziona bene, ne sono sicuro. Il problema dev’essere nelle stazioni ausiliarie del teletrasporto. Penso intensamente alla Olivelli, ma non accade nulla. Riprovo ancora e ancora, ma è tutto inutile. La mia pelle inizia a brillare dello stesso colore del pulviscolo: questo ambiente radioattivo mi sta già contaminando, devo muovermi porca puttana, devo andarmene!
Penso a Teo. Chissà perché proprio a lui? Sarebbe più logico chiamare la polizia, o l’ospedale. Comunque sia, Teo non risponde alla mia chiamata. Provo allora con la polizia.
Ricevo il loro messaggio automatico forte e chiaro nella mia mente, ma non posso rispondere. Sono i pensieri di una donna giovane e sensuale:
«Siamo spiacenti, ma lei sembra trovarsi fuori. Attualmente è esposto ad una quantità troppo elevata di radiazioni sconosciute. Riammetterla in un qualsiasi centro urbano sarebbe troppo rischioso, per non parlare del cattivo odore che deve avere addosso. Le raccomandiamo di mantenere la calma e sedersi. La morte dovrebbe sopraggiungere entro breve».
No… no! No! Bastardi! Non possono fare questo a me, che ho venduto loro il software alla base del loro stramaledetto teletrasporto! In effetti sapevo che c’erano dei bug non risolti, ma… beh, ora devo tornare in città! In un modo o nell’altro ci riuscirò! Ma… ehi, la vedo: la città è davanti a me!
Perché non l’avevo notata? Forse perché il pulviscolo verde e le scintille nell’aria ostacolano molto la visibilità. E poi, ammettiamolo, anche per il panico. Ma un buon lavoratore non si lascia mai prendere dalla paura, e infatti è già passata. Sì, ora ragiono lucidamente. Vedo la cupola enorme che circonda tutti gli edifici. Da fuori appare blu, e non si vedono le case al suo interno. Non lo sapevo, non ho mai visto immagini girate all’esterno. Si vedono invece le ciminiere dalle quali escono i vapori azzurrognoli, e i tubi dal quale fuoriesce copiosa questa maledetta melma nera. Posso vedere anche l’antenna del teletrasporto interurbano, sulla sommità della cupola.
E’ la mia salvezza! Corro verso la città. Ma la cupola avrà aperture verso l’esterno? In effetti non ne ho mai sentito parlare. Beh, non importa, appena la raggiungerò busserò come un forsennato, dovranno sentirmi, dannazione! Ma accade qualcosa di improvviso. Sento il rumore e mi fermo, mi guardo attorno spaesato; senza far caso alla melma nera che risale i miei vestiti e alla mia pelle ormai fosforescente. Era un rumore forte, profondo. Era un’esplosione, proprio alla base della cupola! Lo capisco quando noto l’incrinatura che si è formata nel materiale di un blu uniforme. Se non la chiuderanno, i rifiuti potrebbero penetrare in città, e allora essere dentro o fuori sarà la stessa cosa! Ma ormai vivo la realtà come se mi riguardasse a metà: nulla di ciò che vedo e sento ha a che fare con ciò che è ho visto fino ad oggi. Attraverso i vapori scuri e il pulviscolo, come in un sogno, vedo tre uomini scappare. Corrono nella mia direzione, con le loro tute protettive che brillano di verde come la mia pelle. Sono gli autori dell’attentato, e sono indigeni, non c’è dubbio: chi altro potrebbe compiere una simile follia? E’ strano, però. A scuola ho studiato che sono tutti morti per via dell’inquinamento radioattivo, a causa del loro rifiuto di vivere in città. Il governo li ha lasciati liberi di esercitare il libero arbitrio, e loro hanno scelto un suicidio lento e doloroso.
Mi passano accanto ignorandomi: anche loro sanno che sto morendo. Ora, se volessi fare della filosofia, potrei chiedermi se a teletrasportarmi in questa merda sia stato un bug dei nostri prodotti; o un sabotaggio alla centralina dell’antenna ad opera di questi scarafaggi; o magari davvero una tempesta magnetica. Qualunque sia la causa, è incredibile come un singolo bit fuori posto possa causare un incidente irreparabile. Ma non mi interessa più: penso solo alla fitta che sento nel petto. Mentre cado in ginocchio in mezzo al liquido puzzolente che sta inglobando tutto il mio corpo, vedo uscire da un’apertura della cupola uno squadrone. Le loro tute hanno i colori dell’esercito. Spero che ammazzino quegli indigeni prima che muoia anch’io. Solo per avere la soddisfazione di vedere quei vermi sfracellati nella merda in cui hanno scelto di vivere. Ormai non respiro più, né tanto meno posso chiedere aiuto e inizio a vedere tutto verde come se avessi il pulviscolo sugli occhi. Perfino il biocellulare non risponde più ai miei pensieri. Le palpebre mi si chiudono, non riesco a impedirlo. Ma non è per questo che non saprò mai se l’esercito riuscirà a uccidere gli indigeni. Un soldato spara; il raggio arancione è diretto verso di loro; ma sulla sua strada incontra me. L’agonia termina così: col mio corpo impregnato di radiazioni luminescenti che esplode, e i tanti pezzi finiscono sparpagliati nella melma nera.

Annunci
5 commenti
  1. sonia permalink

    Grazie della risposta. Forse non mi son spiegata, ma intendevo che dalla lettura del tuo racconto potrebbero scaturire riflessioni di un livello più “profondo”, o filosofico, come si preferisce, di quello al quale mi son mantenuta io. Quanto alle osservazioni sul tuo stile, io la metterei diversamente. Il fatto che ci siano dei teorici della scrittura che hanno stabilito che lo stile cinematografico -come lo abbiamo chiamato- poco si confaccia allo scrivere bene, non vuol dire che questa debba diventare una regola. L’universo della scrittura è troppo complesso perché i suoi attori si uniformino tutti agli stessi principi. E se un autore ha un tratto distintivo, non vedo perché debba essere considerato un aspetto negativo del suo modo di scrivere.

  2. sonia permalink

    Le disquisizioni filosofiche le lascio fare a chi ne ha le competenze. Mi limiterò a fare una nota positiva proprio sull’effetto “cinematografico” di questo racconto, quella capacità di far vedere di cui si parlava sotto. Una scena come quella finale, per esempio, immagino fosse piuttosto difficile da descrivere,eppure il testo è stato caricato, senza forzature, del potere evocativo necessario per mostrarla, nel senso letterale del termine.

    • fuoricontesto permalink

      Grazie Sonia! Secondo me le uniche “competenze” necessarie sono… l’avere un cervello, e lo abbiamo tutti! 🙂 Sono consapevole di scrivere in uno stile cinematografico. In genere lo sento come un limite, perché tende a precludere le caratteristiche tipiche della forma scritta. Però è bello vedere che qualcuno lo apprezza.
      A presto

  3. Giuseppe De Micheli permalink

    ciao, a me sembra che il racconto non abbia un preciso *focus*. Ci sono
    buone intenzioni ma espresse in forma inadeguata.
    Le due parti, il museo dei mezzi di trasporto e il ‘fuori’ non sono
    emotivamente collegati. L’incidente avrebbe potuto succedere anche uscendo
    dall’ufficio per una pausa caffè al bar.
    A mio parere occorrerebbe enfatizzare i rischi a cui si sottoponevano i
    viaggiatori del passato: una bella ala del museo dedicata ai disastri
    (Titanic, Hindenburg, scontri stradali, deragliamenti ferroviari,
    disintegrazione delle magnetosfere, ecc.).
    L’atteggiamento svogliato dei dipendenti è uno stereotipo, e nel racconto
    non svolge alcuna funzione. Potrebbe essere sostituito da altro, un
    atteggiamento di disprezzo per quelle tecnologie paleolitiche (se trovi un
    termine avveniristico per definirle, meglio), e di compiacimento per le
    tecnologie attuali, a prova di errore. Il passaggio da un padiglione
    all’altro del Museo potrebbe avvenire grazie a quel teletrasporto che
    adombri (ma non definisci esattamente cosa sia, e perché un suo guasto ti
    proietterebbe ‘fuori’, invece che in un altro ‘dentro’).
    L’arrivo ‘fuori’ è indebolito dal fatto che lo annunci, con la frase: “Ma
    qualcosa va storto.” e con la successiva: “Maledizione, sono finito fuori.”
    e con le ipotesi sulle cause dell’accaduto. No, così non va proprio. Prima
    *mostri* la sua sorpresa, il non capire cosa succeda, e il suo dramma di
    trovarsi in mezzo alla melma radioattiva, poi *mostri* in che modo si rende
    conto di quel che gli è successo. Ho evidenziato due volte *mostri* perché
    il sommo comandamento del creative writing anglosassone (“show, don’t tell”)
    non è una mera regoletta formale, ma un sostanziale invito a coinvolgere
    emotivamente il lettore con immagini forti. Invece nel tuo racconto prevale
    il ‘tell’, il riferire che iondebolisce il mostrare.
    Un’ultima osservazione: la radioattività non è fosforescente. Ti avvelena
    senza illuminarti. Nulla di grave, in questa abusata espressione ci è
    cascato anche Bradbury, ma è un invito a cercare qualche nuova forma di
    espressione del fenomeno.

    Cordialmente

    Giuseppazzo

    • fuoricontesto permalink

      Ciao, prima di tutto grazie del lungo commento.
      Sono d’accordo su quello che anche secondo me è un difetto del mio scrivere: il “mostrare” troppo.
      Altre osservazioni secondo me non colgono il senso di ciò che ho scritto, ma in genere la colpa è più di chi scrive che di chi legge.
      Ad esempio: chi ha detto che i dipendenti sono svogliati? Io in un museo non ho mai visto guide svogliate. Chi ha fatto questa osservazione è chiaramente un fanatico sostenitore della modernità, per di più molto seccato dalla situazione, e l’osservazione rientra nel suo disprezzo dell’ambiente in cui si trova in quel momento. Il fatto che la narrazione sia in prima persona implica che la descrizione di tutto sia falsata da lui.
      Lo stesso vale per le radiazioni: perché un venditore dovrebbe sapere se le radiazioni sono fosforescenti? Possono essere polveri sottili, o chissà quale altro fenomeno… quasi sicuramente un fenomeno simile è impossibile, ne ero consapevole mentre scrivevo.
      Lo “scollegamento” tra i due momenti del racconto evidentemente è un problema: non perché c’è (è voluto ed è il senso del racconto), ma perché evidentemente non è chiaro il motivo. Il primo momento rappresenta la vita che il protagonista ha sempre vissuto, il secondo è una realtà di cui non ha mai saputo niente, che forse nemmeno credeva possibile, eppure senza di essa non esisterebbe neppure la prima. Mi aveva sfiorato l’idea di esplicitarlo, ma ho concluso che sarebbe sbagliato. Si doveva “spiegare da solo”, ma evidentemente non è così.
      Ho anche sbagliato a dividere il racconto in due parti, o almeno a dividerlo in quel punto: forse questo enfatizza la divisione rendendola ancor più difficile da capire.
      Il teletrasporto invece sono abbastanza sicuro di non adombrarlo: ti giuro che se esistesse e funzionasse bene passerei le mie giornate a giocherellarci! Ma qui racconto un banale incidente dovuto al software (da programmatore potrei risponderti che c’è un “buffer overflow” nelle variabili che rappresentano le coordinate: è un tipo di bug che esiste probabilmente in tutti i programmi che usi, e non c’è nessuno motivo per cui il protagonista debba saperlo 🙂 ) mentre gli incidenti del passato avrebbero dato forza alla mia tesi (l’importante per il capitalismo è produrre e andare veloce, a scapito della vita umana), ma avrebbe indebolito il disprezzo del protagonista per il museo.
      Grazie ancora.

Sì, puoi scrivere un Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: