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Racconto: Pioverà per sempre

luglio 27, 2012

Sarà come smettere un vizio – questa frase mi risuona nella testa ossessivamente da settimane, è un tormento. Non riesco a ricordare dove l’ho sentita o letta, e questo mi infastidisce ancor di più. E poi perché una frase del genere dovrebbe colpirmi? Non ho mica vizi, io, sono una persona normale che la mattina va a lavorare e la sera va a letto. Uno qualunque, come quelli che incontri per strada e non finiscono mai sui giornali. Anche stamattina esco dal portone di casa mia con l’ombrello aperto e vedo un’ambulanza che parcheggia. Sono di corsa, non mi fermo a guardare dove vanno, né a disturbarli con le mie domande, avranno fretta. Mi ritrovo a sperare che vadano nel palazzo vicino e mi incammino verso il bar per un caffè decente, l’edicola per il giornale, e poi la fermata dell’autobus. Che differenza, tra l’edicola e il resto del mondo! Sembra una banalità, ma non lo è. Mauro dell’edicola ti guarda in faccia, ti saluta, scherza con quel suo umorismo difficile da capire. Ma il bar? Non so nemmeno come si chiama, il bar; e nemmeno il barista. Ne hanno cambiati tre in meno di un mese, ragazzini che hanno bisogno di lavorare e poi vengono lasciati a spasso, o forse se ne vanno da soli perché non ne hanno abbastanza bisogno, su questo il padrone e il lavoratore hanno sempre due versioni contrastanti. Comunque, questi baristi sono tutti uguali: se li saluti si sentono obbligati a ricambiare, ma non a guardarti negli occhi. Potrei essere un morto che cammina e loro non se ne accorgerebbero. «Un caffè» dico, risponde un brontolio, poi arriva la tazza accompagnata dal solito tintinnio e nessuna parola. Non ti dicono neanche quant’è, e allora io butto lì le mie monetine e me ne vado, ma mi vien voglia di non pagare: se non fai neanche lo sforzo di dirmi il prezzo del caffè, io non faccio lo sforzo di pagare! Vabbè, la giornata sarà già pesante, oggi c’è l’inventario al lavoro, non appesantiamola con le solite piccole incazzature mattutine. Si accumulano una alla volta e, col passare degli anni, diventano una gastrite, o un’ulcera. Sono cosette da niente, non vale la pena. E allora via in edicola, appunto: sfotto Mauro perché i gobbi hanno perso, e lui mi risponde: «Seee, a sentire te sono due mesi che perdiamo!». Che tipo! Come fa a negare che hanno perso? Non è mica opinabile, il punteggio è il punteggio! Mi ricordo dell’ambulanza e gli chiedo chi portano via, mi risponde che non lo sa. Mi sento un verme. In fondo non ero poi così di corsa da non potermi fermare per sapere se un mio vicino sta male. E poi, perché ho sperato che andassero nell’altro palazzo? Che differenza c’è tra un mio vicino e un perfetto sconosciuto? In fondo siamo un po’ tutti come quei baristi, che non vedono oltre il loro naso. Ma non è proprio vero che mi sento un verme, diciamo che mi rendo conto di non essere perfetto. Solo, ultimamente mi ritrovo a pensare a un sacco di cose a cui poco tempo fa non facevo caso, come l’indifferenza della gente e le arrabbiature che ti fanno salire i succhi gastrici. Chissà poi perché. Comunque salgo sull’autobus, timbro il mio abbonamento e mi fiondo sul primo posto libero che vedo, prima che si sieda un altro. E infatti un altro stava appunto per sedersi, ma ha esitato troppo, con quell’ipocrisia di chi maledice quello che è stato più veloce, ma non osa muoversi troppo in fretta per sembrare educato e civile. E io non lo guardo in faccia, come del resto lui non guarda me. Non sto nemmeno attento a non bagnargli i pantaloni con l’ombrello. Sì, siamo un po’ tutti come quei baristi. E al lavoro sarà peggio: tra colleghi ci salutiamo solo se ci incontriamo alla macchinetta del caffè, se so qualcosa dello stagista che lavora a fianco a me è solo perché sento la segretaria spettegolare, se uno non si presenta non ci chiediamo nemmeno se è stato licenziato o è morto…
Ha ironizzato anche sul mio ombrello, Mauro. Ha detto che non piove. Eh già, secondo lui non piove mai e i gobbi vincono sempre. E tiene così tanto alle sue battute che le dice come se parlasse seriamente. Ma poi ride. Piove, piove eccome! E sembra che pioverà per sempre, dannazione, mi sembra di sentirmi marcire dentro.
E intanto vorrei non arrivare mai al lavoro.

«Da due mesi», precisò Stefano il portiere, mentre passava a Mauro i soldi del giornale.
«Non è vero, e non scherzi su queste cose», lo rimbrottò l’edicolante infilando i soldi nel cassetto.
«E chi scherza? Sono venuti a prenderlo stamattina. Era morto da due mesi, così ha detto il medico. Aveva le mani sullo stomaco, sarà stata un’ulcera perforante, o qualcosa del genere. Pensi che ero sicuro di vederlo uscire ogni mattina! Ma sa com’è, l’abitudine certe volte gioca strani scherzi… poi sa, quando era vivo lo vedevo passare, ma neanche ci salutavamo il più delle volte…».
Mauro aggrottò la fronte, e borbottò quasi tra sé e sé. «Due mesi…».

Piove così forte che non si vedono i semafori e ho paura che l’autobus si perda nella pioggia. E’ una paura irrazionale, lo so bene, ma temo che non si fermi mai più. E mi torna in mente la frase che mi ha detto Mauro ridacchiando, mentre mi allontanavo dall’edicola: «Mi sa che hai qualche rotella fuori posto… non perdiamo una partita e non piove da almeno due mesi!».

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From → Horror, Racconti

2 commenti
  1. “Che differenza, tra l’edicola e il resto del mondo!” 🙂

    • Eh sì, se l’edicolante è l’unico che scambia due parole con lui.. 🙂

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