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Racconto: Paura

agosto 1, 2012

Era notte. Lui non andava mai in giro di notte.

La causa: una cena con i colleghi finita troppo tardi e la macchina che si era spenta a un semaforo, per poi rifiutare di ripartire. Così eccolo lì, più preoccupato per la situazione che arrabbiato per la macchina. Ci avrebbe pensato domani. Quella sera aveva mezzo quartiere da attraversare, possibilmente incolume.

Le luci dei lampioni illuminavano la via quel tanto che bastava per guidare i suoi passi, ma non gli davano sicurezza. Quasi nessuno girava per strada, a quell’ora. Chi era ancora fuori poteva essere solo un poliziotto o un delinquente. Ma nessuno di quelli che aveva visto indossava una divisa.

Lui tirava dritto. Non incrociava nessuno, se necessario cambiava strada. Non incrociava nemmeno gli sguardi. Non voleva guai, voleva solo arrivare a casa e dimenticare che esistesse qualcosa fuori dalla porta.

Passi. Fu tentato di accelerare la camminata, ma rallentò subito. Se si fosse messo a correre, certamente la persona che era dietro di lui lo avrebbe inseguito. Chi era? Cosa voleva? Non poteva certo voltarsi a guardarlo, sarebbe stata una provocazione, era come suonare alla porta di un pazzo e dirgli: «uccidimi pure!».

Girò un angolo, anche se casa sua era in un’altra direzione. Svoltarono anche i passi che lo seguivano. Faceva la sua stessa strada? Non poteva trattarsi di una coincidenza.

Cosa voleva da lui? Nel migliore dei casi, voleva vendergli della droga. Se fosse stato così, forse, gli sarebbe bastato rifiutare. Ma rifiutare come? Se fosse stato troppo gentile, l’altro avrebbe potuto interpretarlo come un segno di debolezza e rapinarlo. Ma se fosse stato duro o sgarbato, l’altro avrebbe potuto reagire malamente, probabilmente ucciderlo. Preferì non pensarci.

Forse voleva derubarlo. In tal caso avrebbe dovuto tirare fuori subito i soldi. Ma allora il rapinatore avrebbe potuto pensare che era troppo accondiscendente, e che certamente aveva molti più soldi nascosti in una tasca interna. E allora avrebbe potuto ucciderlo per poi perquisirlo. Ma dimostrandosi poco collaborativo, non avrebbe ottenuto lo stesso risultato?

Forse voleva solo sfogare la propria rabbia, picchiandolo senza una ragione. Forse era un maniaco e lo avrebbe violentato.

Mentre questi pensieri si affollavano nella sua mente, si sorprese ad accarezzare lei. Già, lei: fredda, dura, scura. Diretta, rapida. Letale. La giustiziera della notte, la sua compagna di stanza e di avventure sessuali, la guardiana della sua sicurezza. Ogni giorno la lucidava, adorandola come una dea, e lei era al suo servizio. Si chiamava Jessika, la sua pistola.

I passi nel frattempo si erano avvicinati. Lei poteva aiutarlo. Solo lei. Con quel suo tuono maestoso, inarrestabile, risolutore.

No, un momento: e se avesse ucciso un innocente?

Al diavolo! Non esistevano innocenti a quell’ora della notte. E, al buio, non esistevano nemmeno colpevoli. Se anche avesse commesso un omicidio insensato, nessuno lo avrebbe visto. Forse gli sarebbe anche piaciuto. Pensò che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero provare l’ebbrezza dell’omicidio.

Tutti? Un momento, questo non era possibile. Il primo avrebbe ucciso un altro, che non aveva ancora ucciso nessuno.

Al diavolo, le divagazioni sono il marcio dell’intelligenza, l’azione è l’unica forza! Basta con questo pensare, preoccuparsi, spaventarsi, filosofeggiare! Doveva agire. Insieme a Jess.

Estrasse la pistola.
Si voltò.
Anche l’altro aveva una pistola – uguale a Jessika.
Spararono insieme.
Due tuoni maestosi, inarrestabili, letali.
Due grida di potenza riempirono la via, il quartiere, la città.

Accasciandosi, nessuno dei due provò dolore. Sentirono solo la vita allontanarsi. Videro un rivolo di sangue scivolare lungo il marciapiede, fino a congiungersi con quello della propria vittima e del proprio assassino. Ed entrambi sussurrarono, tra lo spavento e la sorpresa: «Ma tu… sei me!».

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From → Horror, Racconti

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