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Racconti in tre frasi

settembre 10, 2012

Dopo il post sui racconti in due frasi, proviamo i racconti in tre frasi. E’ un altro esperimento semiserio e semi non so cosa. Mi farebbe piacere leggere qualche commento.

Buona lettura.
Buona lettura.
Buona lettura.

1.
Il racconto sembrò uscire da solo, dopo un’interminabile attesa. Scaturì fluido dalla penna su di un foglio di carta, alla vecchia maniera, senza pixel né ronzii di fondo. E quando l’uomo decise di distruggerlo, lo gettò in quel camino scoppiettante che riusciva a scaldargli solo il corpo e fare luce solo per i suoi occhi: alla vecchia maniera.

2. (collage)
Fatti non fummo per viver come bruti, ma per perseguir consumo e produzione. Navigammo su fragili vascelli, per affrontar del capitalismo la burrasca. E fu subito sera.

3.
Oscurità nebbiosa, una luna che fa appena capolino. Freddo che fa tremare le ossa. Da qualche parte in direzione delle montagne contorte, un urlo di donna, troncato d’improvviso.

4.
Era un gran lavoratore, una persona per bene, uno che apriva il bar ancora col buio e lo chiudeva già col buio, senza troppi grilli per la testa. E parlava con tutti, parlava di tutto, e scherzava sempre: era una specie di calmante per il quartiere, a volte perfino un ansiolitico. Questo pensa il giornalista, sentendo le opinioni tutte uguali di quei quattro gatti raccolti davanti a una serranda semichiusa, al cui interno Mauro (secondo loro con il solito sorriso) dondola docilmente con un cappio al collo.

5.
Sotto la minaccia di una denuncia, fu costretto a pagare il tonno e il formaggio che aveva nascosto sotto la giacca, credendosi non visto, al supermercato. Faccia a faccia col direttore, negli uffici interni che nessuno vede mai: «Mi scusi, odio fare queste cose, ma sa le tasse, le spese, ho una famiglia a casa e i soldi non bastano mai…». Già, certo, è comprensibile: il ladro diede una pacca sulla spalla al povero direttore, un sorriso bonario di perdono, e se ne andò contento di aver aiutato un poveraccio ad arrivare alla fine del mese.

6.
Elisa, la mia compagna, fu la prima a tornare: quando s’alzò a sedere nella sua bara io incredulo la abbracciai e urlai di gioia, ma il grido divenne di dolore quando con un morso mi staccò un pezzo di spalla. Invano mi staccarono da lei e, mentre tentavo di fermarli, la colpirono fino a spaccarle la testa e vederla giacere ancora, e per sempre: dico invano perché, dopo minuti di tremori e sudori, fui io a divorare loro, pezzo dopo pezzo, vomitando la carne corrosa dalla bile ogni volta che lo stomaco di riempiva. E ora che non sono più io e fame e dolore mi straziano, vorrei che avessero lasciato che Elisa masticasse le mie membra, come io mangio quelle altrui.

7.
Un rumore assordante: il frastuono implacabile di uno dei fiumi più grandi del mondo, prima inesistente, nato d’improvviso. Alla fine della giornata, di tre paesi e dei suoi abitanti non resteranno che rovine fangose – uno si salverà, e guardando in alto vedrà il getto d’acqua volare oltre, spinto da un peso che non poteva essere trattenuto da una roccia in disfacimento. Anni dopo i mandanti della strage del Vajont saranno condannati per il reato di “devastazione e saccheggio”: lo stesso che in epoche più recenti porterà condanne molto più pesanti a chi oserà tirare qualche sasso ai simboli del capitalismo.

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2 commenti
  1. …bella idea!

    • fuoricontesto permalink

      grazie!

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