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Racconto: Io la ucciderò

ottobre 10, 2012

Questo racconto è stato pubblicato sul CantaLibro a cura di Alessia Marani (Almax), che ringrazio. Se lo desiderate, potete acquistarlo in versione cartacea o digitale.
Pubblicità a parte, è uno di quei racconti che hanno la pretesa di far riflettere, o per lo meno di farci sentire che non c’è poi questa gran differenza tra noi e i cosiddetti matti.
Buona lettura.

Dopo quasi due ore di fila, caldo e sudore, finalmente arrivai allo sportello, tra gli odi di quelli che aspettavano il loro turno e la freddezza dell’ambiente asettico dell’ufficio postale vicino a casa mia. Consegnai il pezzo di carta compilato all’impiegata, con un sorriso amaro. «Anche questo mese paghiamo, c’è sempre da pagare…». Mi lanciò un’occhiataccia e non disse nulla, mentre sbrigava le faccende burocratiche che io non capisco. Quando me lo chiese le passai i soldi sotto il vetro.
«Che vita schifosa, eh? Lavoro, lavoro, lavoro, e alla fine con la paga che tiro su faccio fatica perfino a pagare le bollette. Guardiamo il lato positivo: almeno non ho il canone da pagare, visto che in casa ho solo una televisione vecchissima in bianco e nero e, anche volendo, non potrei attaccarci il decoder! Scherzi a parte, pensi che non mi lasciano nemmeno il tempo di fare la spesa. Oggi sono malato, e sono venuto qui lo stesso; ora mi gira la testa e mi sento svenire. Ma ho dovuto fare così, perchè quando non sono in malattia si figuri che certi giorni non ho nemmeno il tempo di fare la spesa! E adesso rischio che venga il medico a controllare, e se non mi trova in casa mi licenziano. Mi scusi, sa, se le racconto tutte queste cose, è che non ho proprio nessuno che mi stia a sentire… però anche lei avrà i suoi problemi, e non sono così presuntuoso da credere che siano meno gravi dei miei. Lei se ne sta lì tutto il giorno a prendere pezzi di carta, pigiare tasti sul computer, prendere banconote, porgere banconote, andare a prendere moduli nei cassetti… dev’essere proprio alienante, in certi momenti deve sentirsi come una calcolatrice umana. E se si sente una calcolatrice, noi che a turno le portiamo delle scartoffie compilate saremo per lei dei numeri. Mi dica, io sono pari o dispari? Ho almeno la soddisfazione di essere un numero primo? Non se la prenda, è una battuta, se non si ride un po’ la vita diventa ancora più brutta…».
L’impiegata sbuffò, coi piedi spinse dietro la sedia girevole e rivolgendosi a un collega che sogghignava esclamò: «Ma tutti a me devono capitare, i pazzi?». Ci restai malissimo. Pensi, mi veniva da piangere! Ma dissi solo: «Ho capito. Tra me e lei c’è un vetro. Vuole che i miei problemi rimangano da questa parte e i suoi rimangano da quella parte. Rispetto la sua decisione».
Sbuffò ancora e mi mandò al diavolo, ma per sua fortuna avevo terminato. Prima di voltarmi per andarmene aggiunsi un’ultima frase con un tono – spero – pacato ed educato: «Sappia però che io la ucciderò».

Capisce? Glielo avevo detto! Può essere considerata un’attenuante, no? Questa signora sapeva già da tre giorni che sarebbe morta. Certo, potrebbe aver vissuto gli ultimi giorni nella paura, e di questo mi dolgo sinceramente; tuttavia ha avuto il tempo per prepararsi, insomma ha potuto dire ciò che voleva dire ai suoi cari, scrivere il testamento, mettere in ordine la casa… io credo di averle usato una gradita cortesia! Voglio dire, non è certo come ammazzare uno così, all’improvviso, senza che se lo aspetti; che poi magari quello non ha mai detto al figlio che gli voleva bene e quando arrivano le pompe funebri vedono il gabinetto tutto sporco, e dicono «Questo qui da vivo era proprio un maiale!». Eh già, perchè lo dicono, ci fanno caso loro a queste cose, perché per loro l’apparenza è tutto, il loro lavoro è tutto basato sull’estetica: il morto con le mani sulla pancia, la bara di un certo legno piuttosto che di un altro, che poi una volta che la carne è marcita al morto non interessa nulla se ha le mani sulla pancia o sotto il sedere… mi scusi per la volgarità, mi sono lasciato un po’ andare. E ho anche divagato.
Volevo chiedere scusa. Sa, dopo aver ucciso questa signora ho smesso di ragionare lucidamente e ho agito in maniera irrazionale. Non so bene cosa mi sia preso, lo so che non sta bene camminare in queste vie gremite di bei turisti, davanti a queste belle vetrine scintillanti, con una testa in mano. Oh, mio… gocciola ancora! Guardi che orribile scia ho lasciato, forse è per questo che la gente urla e scappa in tutte le direzioni! Sono desolato, non me ne ero proprio accorto chissà dove avevo la testa – la mia intendo, non quella che tengo in mano. Le assicuro che non ho mai fatto una cosa simile, non è proprio da me. Perché poi i negozi non vendono, le commesse si spaventano (che poi, cosa avrà mai da spaventarsi una che vende le pellicce degli animali? Mah… però si spaventa) e i turisti non vengono più in Italia e i ministri ci rimangono male. Guadagnano qualche decina di migliaio di euro al mese lo stesso, però gli viene l’ulcera, e quella è una gran seccatura anche se hai i soldi per curartela: lo dico io che i soldi per curarmela non ce li ho, e l’ulcera non mi dà pace ormai da qualche anno.
Ma perché sto a raccontare queste cose a lei? Mi scusi, sa, è che sono sconvolto, forse straparlo. Ma mi rendo conto che anche lei ha i suoi problemi, lei che fa un lavoro del genere… arresta la gente perchè glielo ordinano, poi magari uno è innocente e il giudice se ne accorge dopo che quello si è fatto due anni di galera, oppure in galera lo ammazzano, succede quasi tutti i giorni… e allora lei che lo ha pure picchiato non ha nemmeno modo di chiedergli scusa, e lei lo ha fatto perchè gliel’hanno ordinato, perchè la pagano, ma quel tizio nemmeno lo conosceva, non c’era niente di personale, e magari vorrebbe almeno fargli sapere questo ma lui non c’è più, è crepato in una cella senza nemmeno saperlo in anticipo. E magari il giorno dopo arresta uno perchè rapinava le banche con le pistole giocattolo, quando poi una di quelle banche ha fatto sparire nel nulla il suo, si proprio il suo conto corrente, e anche questo succede tutti i giorni. E lei sa benissimo che chi ha fatto sparire i suoi soldi è una persona schifosa mentre l’altro è solo un disperato che ruba soldi a gente che ne ha troppi per poterli contare, ma non può farci niente, perché non è autorizzato a fare ciò che è giusto, cioè lasciare in pace i poveri. Insomma, io racconto a lei i miei problemi, quando lei deve convivere con la sua coscienza, mi scusi tanto.
Come dice? Non le interessa nulla di ciò che le sto dicendo? Va bene, tra noi c’è la sua divisa, che è un po’ come il vetro divisorio di uno sportello, i miei problemi rimangono dalla mia parte e i suoi rimangono dalla sua. D’accordo, butto la testa a terra e alzo le mani, non si agiti, a lei fa male alla salute (l’ulcera è brutta, mi creda) e a me potrebbe costare la vita. Mi muovo piano piano, si tranquillizzi, non sono più una minaccia. Non si faccia tremare il dito, per carità: io sono solo e disarmato, mentre i suoi rinforzi stanno per arrivare. Se mi spara potrebbe colpire una vetrina, e poi chi glielo dice ai ministri? Ecco fatto, vede, ho posato la testa sul marciapiede, il più lontano possibile dal fast food; ora mi arresti pure. Ma vorrei darle un’ultima informazione, se lei permette… quando uscirò di galera, io la ucciderò. Si prepari, ha tanto tempo.

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From → Horror, Racconti

One Comment
  1. Non c’è più nessuno nemmeno per ascoltare le “disgrazie” comuni. Nel più assoluto menefreghesmo del prossimo…”avanti un altro”!

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