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Futuribili pt. 1/2

ottobre 17, 2012

Eccovi la prima parte di un racconto che ho scritto l’anno scorso e soltanto ora ho rivisto e corretto. E’ diverso dal solito, ammesso che io abbia un “solito”… spero che il finale sia in qualche modo positivo, perché la mia intenzione iniziale era questa.
Buona lettura!

La protagonista di questa storia era una ragazza di sedici anni di nome Katia. La sua famiglia era di origine moldava – questo il motivo della sua carnagione pallida, che in mezzo alla tristezza piatta della città o di una folla senza nome risaltava il suo viso delicato dai lineamenti dolci, con due occhi sottili e grigi come l’asfalto invecchiato, adornato da capelli lisci come la pelle, castani, che scorrevano liberi fino a metà della schiena magra solcata dalla colonna vertebrale. Le dita lunghe da pianista, o da persona che non ha alcuna intenzione di imparare il piano ma si sentirà dire per tutta la vita che dovrebbe farlo; le unghie lunghe quasi mai smaltate e il seno piccolo. Ad ogni passo fletteva una caviglia come per azzardare un volo fino e oltre a quel cielo che guardava spesso dal balconcino della sua camera e dall’aula di scuola; ma poi come a cambiare idea appoggiava in terra il tallone opposto. Ma tutto ciò non influenzò i fatti che sto per narrare, perciò se preferite potete immaginarla diversamente: come la vostra migliore amica, come vostra madre… o, perché no, anche tozza e vecchia, perché anche le donne meno attraenti possono avere storie interessanti. O magari potete immaginare qualcuno che pur essendo nato con attributi maschili si veste da donna e si fa chiamare Katia. Già, avrebbe potuto essere così, e gli avvenimenti che sto per narrarvi non ne avrebbero risentito per nulla, o quasi. Dunque la mia Katia può benissimo non essere la vostra: siete liberi di dissentire e di riplasmare a vostro piacimento la storia che state per leggere.
Poi c’era Renato, il ragazzo della stessa età che Katia stava andando a incontrare. Era piuttosto basso e la sua carnagione era scura, tipica del sud, i capelli corti neri come la notte si sporgevano sulla fronte come per indicare le sopracciglia, folte ma non tanto da essere sgradevoli, e l’unico difetto visibile erano le orecchie vagamente a sventola. Katia era convinta che gli occhi di Renato fossero verdi, forse perché adorava gli sguardi di quel colore, ma in realtà erano castani. Lui stesso non ricordava mai di che colore fossero, e quando qualche conoscenza telematica glielo domandava doveva sempre controllare allo specchio di camera sua, per poi dimenticarsene fino a quando qualcuno glielo chiedeva di nuovo o si guardava per radere i suoi primi peli sul mento.
Questi i personaggi rilevanti, lasciamo perdere le comparse: quelle in ogni racconto nascono, muoiono, soffrono, vengono arrestate, si ammalano o fanno l’amore, ma il cuore dell’uomo non è abbastanza grande per preoccuparsi di loro e le ignora per concentrarsi sui protagonisti. Poi c’è il narratore, che se non coincide col protagonista è trattato peggio delle comparse: sua è la realtà immaginaria che vi fa vivere, sue le parole che vi guidano, eppure non vi chiedete nemmeno chi sia, se lo conoscete, se sia vivo o morto. Io stessa di solito non mi presento nei miei scritti, perché potrebbe sembrare un facile espediente per far apparire la narrazione più interessante di quanto non sia. Nei momenti di solitudine l’anonimato mi pesa, e penso che tutti coloro che ho conosciuto mi hanno temuta, odiata, più raramente attesa con trepidazione, ma solo per motivi egoistici: a costoro ero completamente indifferente, se non fosse che avevano bisogno di me. Così, racconto. Parlare d’altri è l’unica possibilità che ho di essere ascoltata. Ad ogni modo, in fondo non è importante chi sono, ma ciò che ho da dire. Eppure questo è uno dei casi in cui se non vi avessi lasciato intuire la mia identità non potreste mai credere alle mie parole. Perché amo dilungarmi su particolari dei quali nessun essere umano potrebbe essere a conoscenza. Come quei fatti inspiegabili e soprannaturali che ogni giorno ci circondano e condizionano la nostra vita, per poi essere spiegati da una razionalità che si crede onnipotente o dimenticati da un arrogante bisogno di sicurezza. E come i pensieri che attraversano la mente di una persona nell’attimo in cui lascia per sempre il mondo che conoscete, lasciandosi alle spalle un involucro vuoto da seppellire sotto litri di terra bagnata, da adorare con icone e ricordi ricostruiti ad arte o da raccontare al primo venuto – come faccio io.

Katia stava camminando lungo una via del centro storico della sua città. Alla sua destra la sovrastava un palazzo enorme, dall’architettura ostentatamente fascista dalla facciata piena e l’interno vuoto, sul quale si trovava una splendida altana con un tettuccio a punta sorretto da colonne neoclassiche. Era favolosa e a Katia, ne sono certa, sarebbe piaciuta molto se l’avesse notata. Non era completamente nascosta alla strada, sarebbe bastato guardare verso l’alto da alcuni angoli dove lei passava quasi tutti i giorni, ma il cittadino è più sensibile al fascino del marciapiede che a quello della bellezza. Così capita di ostinarsi a non notare dettagli bellissimi per anni e anni, o per vite intere. Ed è curioso come un particolare a cui non si è mai prestata la minima attenzione possa essere causa di morte! Come se Katia, presagendo il pericolo, avesse tentato di difendersi fingendo che la bella altana non esistesse; o come se la struttura avesse voluto vendicarsi per non essere stata mai ammirata. Comunque sia, uno dei capitelli era crepato da molti decenni; un pezzo si staccò e si tuffò nel vuoto.
Katia indossava occhiali costosi che le aveva regalato Renato, del modello Infrablack Ray. La montatura era bianchissima e le lenti scurissime, in un contrasto decisamente sgradevole. La forma poi era una caricatura di quelli – già caricaturali – indossati dalle antagoniste odiose e malvagie di certi vecchi cartoni animati. Ma a lei, come alla maggioranza delle persone, piacevano molto. Tirò fuori dalla borsetta color moda (credo che una volta si dicesse “bianca”) il suo smart phone per controllare se Renato le avesse mandato un messaggio, ma era spento. Per la prima volta si accorse che poteva usarlo per specchiarsi. Allora controllò se il trucco era perfetto e se non ci fossero orribili sbavature agli angoli degli occhi. All’improvviso il telefono si accese e lo schermo nero venne sostituito dall’immagine di un cartellone pubblicitario enorme che precipitava, inquadrato dal basso come se il cameraman stesse filmando l’ultimo scoop della sua vita. Per l’esattezza era una pubblicità degli occhiali Infrablack Ray. Era come se l’immagine apparsa nel piccolo schermo acceso fosse un riflesso della realtà, cioè di quella pubblicità che, colpita da un pezzo di capitello, si era staccato dal muro del palazzo fascista per tuffarsi sull’asfalto. Katia lo capì un istante prima di essere colpita di striscio, tra la nuca e la schiena, da un angolo dell’enorme cartellone. L’impatto violento la lanciò contro un semaforo. Che, da bravo semaforo rosso, la fermò in quel punto. Katia sentì un forte suono metallico, quello del suo cranio che colpiva il palo giallo, e subito tutto divenne rosso come il semaforo. Solo allora il colpo alla schiena ricevuto dal cartello iniziò a bruciare. Katia cadde sul marciapiede che aveva lo stesso grigio dei suoi occhi e sentì una donna urlare: “E’ morta!”. Nello stesso momento il telefono si spense e i suoi occhi si chiusero dietro gli occhiali Infrablack Ray.

Continua…

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4 commenti
  1. Reblogged this on Tramedipensieri and commented:
    “Così, racconto. Parlare d’altri è l’unica possibilità che ho di essere ascoltata. Ad ogni modo, in fondo non è importante chi sono, ma ciò che ho da dire. Eppure questo è uno dei casi in cui se non vi avessi lasciato intuire la mia identità non potreste mai credere alle mie parole”.

  2. Accidenti!
    Che storia……
    Ciao!

    • Aspetta di vedere la seconda parte, magari ti delude!

      • Aspetto, si!
        Per ora la prima parte mi ha soddisfatto….
        Nel caso ti farò sapere..
        *_^
        Buon fine settimana!
        Ciao

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