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Racconto: Futuribili pt. 2/2

ottobre 20, 2012

Eccovi la seconda parte del racconto Futuribili. La prima parte, se non l’avete letta (e ve ne frega qualcosa), la trovate qui. Spero come al solito nei vostri commenti, lamentele, insulti e ingiunzioni di pagamento.
Buona lettura!

Come dite? Non credete alla storia dell’immagine sullo schermo, vi sembra impossibile? Ma senti chi parla! Anche voi siete impossibili! Immaginate che ci sia un nuovo… come lo chiamate? Big Bang. Quante probabilità ci sarebbero che, dopo un tempo incalcolabile, si formasse proprio la vostra galassia, e al suo interno il vostro sistema solare, e perfino la vostra Terra? E poi, quante probabilità ci sarebbero che in quel ridicolo pallino coperto d’acqua si sviluppasse la vita? Uno scontro casuale fra molecole svolazzanti, ed ecco il brodo primordiale, una pozza di cellule! E da essa, attraverso assurde vicende infinitamente piccole, dopo migliaia di migliaia di anni, ecco che appare l’uomo! Ma c’è di più: se questa infinita serie di impossibilità si verificasse, quante probabilità ci sarebbero che proprio i vostri genitori si incontrassero, e che si piacessero? E poi, una gara di velocità post-vaginale: fra mille spermatozoi, proprio quello dovrebbe vincere, e unirsi a quell’altro ovulo! E la serie di esperienze che dovrebbe vivere il nuovo nato sarebbe quasi sicuramente diversa dalla vostra. Insomma, voi non siete altro che biglietti di una lotteria universale ed eterna con infiniti partecipanti, biglietti dimenticati che ricoprivano interamente il pianeta più grande dell’universo arrivando fino al suo cielo, e un bambino cieco bendato caduto dallo spazio ha scelto proprio voi! Se nonostante questo esistete, credo che non siate credibili quando additate qualcosa come impossibile.
Ma, filosofia a parte, la verità è che sono stata io a far comparire quell’immagine sullo schermo per divertirmi un po’. Mi piace far succedere qualcosa di bizzarro e vedere che effetto vi fa. Se non facessi qualche innocente scherzetto ogni tanto, il mio lavoro sarebbe proprio noioso: mietere, mietere, mietere, inseguire quello che scappa, prendermi gli schiaffoni da quell’altro che non mi vuole, sopportare quello che scoppia a piangere e mi spacca i timpani… e mai che possa scambiare due parole con qualcuno,non perché i morti non parlino ma perché non vogliono avere a che fare con me! Beh, torniamo a Katia. Forse voi non ve lo aspettate, ma la ragazza si rialzò.

Intorno a Katia c’era tanta gente, serrata in un cerchio fitto fitto. Fissando il corpo come ipnotizzati, stavano ancora commentando quanto fosse stupido morire colpiti da una pubblicità, e per giunta di sabato 14, cioè dopo aver passato incolumi il venerdì 13. La ragazza aprì gli occhi e si mosse. A quel punto scoppiò il panico: qualcuno urlò che all’inferno non c’era più posto e i morti stavano camminando sulla Terra, altri gridavano “datele dell’acqua!”, altri ancora ringraziavano il cielo e contemporaneamente balbettavano che bisognava farla respirare, una signora in pelliccia strepitò che bisognava fare silenzio, una voce proveniente dalla folla informe ordinò di sdraiarla con le gambe in aria. Il più fantasioso, e a suo modo geniale, era quel ragazzino che si offrì di massaggiarle i capezzoli: era la cura che usava sempre sua nonna, disse. Ma ci fu anche chi le chiese se avesse visto la luce alla fine del tunnel e volesse parlarne sul suo blog, chi le domandò se ci fosse vita su Marte e chi era troppo impegnato a guardarle le gambe per accorgersi che era viva. Katia non ascoltò nessuno di loro, raccolse la borsetta bianca e il telefono nero, si tolse gli occhiali per controllare se si erano incrinati (non lo erano) e ripartì più veloce della luce. Un uomo con la faccia da medico e gli occhiali dalla montatura rotonda le urlò in tono mirabilmente apprensivo: “Dove vai, ragazza? Potresti avere una commozione cerebrale!”. Era già lontana una ventina di lunghissimi passi, quando rispose: “Ho un appuntamento!”. Mentre proseguiva la sua maratona tornò a specchiarsi nel telefono spento, temendo di essersi rovinata il trucco e la pettinatura. Quando arrivò all’angolo con Via Pergolesi, il luogo dell’appuntamento, tirò un sospiro di sollievo non vedendo Renato: doveva essere in anticipo! C’era però un post-it incollato a un palo della luce che, in bella grafia, comunicava: “Ti ho aspettata per ore. Torno da Laura e non voglio più sapere niente di te, non chiamarmi mai più. Renato 14-07-20xx”. L’orologio della farmacia lampeggiò in rosso la data odierna: 114-07-20xx. Quindi Renato aveva aspettato per ore, e Katia era rimasta svenuta per cento giorni! E così lui aveva deciso di tornare da quella vacca della sua ex! Katia lanciò un acuto urlo di disperazione lasciandosi cadere in ginocchio, mentre il cartellone pubblicitario di un’impresa di pompe funebri le cadeva addosso dopo un tuffo di miliardi di chilometri. Naturalmente, tutto questo era solo un sogno: la ragazza non aveva mai ripreso i sensi.
Quando lo capì, aprì gli occhi. Vide sopra di lei, come studiosi intenti a osservare una specie rara di coleottero, una moltitudine di teste disposte a cerchio, dal cui centro il sole tentava di accecarla attraverso la coltre di grigio metropolitano. C’era di nuovo il buon samaritano con la faccia da dottore e gli occhiali rotondi (esisteva davvero!) e le chiedeva quante fossero «queste tre dita». Se era davvero un medico, Katia era felice di non essere una sua paziente. C’era anche il ragazzetto furbo (esisteva anche lui!) e questa volta la informò che dopo un colpo del genere è importante respirare profondamente e per farlo bisogna assolutamente togliersi tutti i vestiti. Lei ebbe l’istinto di sputargli, ma per quanto tramortita era abbastanza saggia da non sputare verso l’alto. Per chissà quale associazione di idee, un aeroplano che passava tra le tre dita del presunto medico e il sole le ricordò del suo appuntamento. A fatica si alzò spingendo via le teste che sembravano attratte da lei come le api dal miele. Avanzò di due passi in una direzione a caso, quando ebbe un forte attacco di nausea: si appoggiò con le mani a un cestino dei rifiuti e ci vomitò dentro. Ma cosa diavolo c’era fra quell’immondizia? Come colpita dal suo rigetto biancastro, si sollevò una nuvola di moscerini che volteggiarono istericamente davanti al suo volto. La signora in pelliccia (no! anche lei!), con la sua voce inutilmente stridula e graffiante, domandò a Katia se stesse bene. La ragazza avrebbe voluto vomitarle sulle scarpe, ma purtroppo si sentiva già meglio, e così si limitò a rispondere: «Sto benone!». E subito si lanciò a grandi passi verso il suo appuntamento romantico, ma le sembrava di ondeggiare come una barca fra onde più alte di lei. Beccheggiava a bordo e a babordo, rischiando di cadere ogni volta che uno dei suoi piedi si sollevava dal marciapiede. Procedette più in fretta che poté tenendo lo sguardo fisso in basso, forse perché questo la aiutava a mantenersi in equilibrio. Non guardando davanti, però, andò a sbattere di nuovo contro il semaforo. Il cupo e vibrante suono metallico le rimbombò nella testa, e Katia ebbe l’impressione che non fosse prodotto dal palo giallo ma da una miriade di biglie di ferro che rotolavano nel suo cervello. Cadde all’indietro urlando una parola senza significato che nessuno riuscì a decifrare. Ma non toccò terra: la nuvola di moscerini la agguantò e cominciò a portarla su, su, verso le altre nuvole, quelle vere, quelle bianche che fanno piovere. E il sole non c’era più, al suo posto dava mostra di sé un cellulare spento. Mentre si apprestava a bucare la parvenza azzurra, Katia udì la voce del ragazzino bisognoso d’amore: «Ehi, aspetta! Gettami le tue mutandine, tanto dove stai andando non ti serviranno!». Lo accontentò: dove andava non le sarebbero servite di sicuro perché, pensava, doveva esserci anche Renato, e sarebbero stati insieme per sempre, loro due soli!

«Chissà di che colore saranno le mutandine di Katia?», si chiese Renato mentre camminava verso il luogo dell’appuntamento. Vide un gabbiano passare davanti a una pubblicità degli occhiali Infrablack Ray, proprio quelli che aveva regalato a Katia. Che strano, però: un gabbiano! Così lontano dal mare! Mentre si chiedeva come l’uccello fosse giunto fin lì, attraversò la strada. Il semaforo era rosso, ma era un po’ tardi, doveva muoversi.
La donna al volante aveva gli occhi grigi come l’asfalto vecchio e come Katia, che era sua figlia. Si domandò perché il cellulare della ragazza fosse spento, e chiuse gli occhi: le sue pupille erano state trafitte da un riflesso metallico. La luce del sole, bianca e intensa, riflessa dagli occhiali da sole Infrablack Ray stampati sul cartellone pubblicitario. Con gli occhi storditi e un lampo bianco che non spariva nemmeno dietro le palpebre chiuse, non si accorse di travolgere Renato. Sterzò e pigiò il piede sulla frizione, anziché sul freno. Il muso dell’auto colpì uno dei quattro pali di ferro che reggeva la pubblicità degli occhiali, e quella cadde sull’auto bianca.
Quando Renato alzò il naso dall’asfalto non sapeva se fosse passato un solo minuto o cento giorni. Sull’asfalto scuro c’erano gocce del suo sangue sorvolate da una nuvola di moscerini. Ma non sentiva dolore. Alzò lo sguardo verso la pubblicità degli Infrablack Ray, che torreggiava di nuovo sopra l’incrocio, osservato dalle macchine bianche che giravano attorno a Renato per non investirlo, ma senza preoccuparsi di fermarsi. Portò una mano alla tasca per estrarne il cellulare e leggere l’ora, preoccupato per l’appuntamento, ma il telefono era volato chissà dove. Mentre con gli occhi esplorava la strada per cercarlo, si sentì chiamare.
Era Katia, che si chinò su di lui con gli Infrablack Ray indosso; sorrideva e gli tendeva la mano pallida. «Vieni?».
Renato rispose con uno sguardo interrogativo. Il sole colpiva gli occhiali della pubblicità, che riflettevano un arcobaleno sui due ragazzi. Katia si tolse gli Infrablack per vederne i colori. «Non sono in ritardo, vero?».
Renato strabuzzò gli occhi: «Mah, non saprei, chissà che ore sono… sono confuso, ho appena avuto un incidente…».
Katia lo aiutò ad alzarsi. «Anch’io. Ma forse il nostro appuntamento era proprio qui e ora. Dai, vieni…».
Già, l’orario era perfetto, preciso al secondo: proprio mentre i due si presero per mano, da qualche parte una campana suonò a morto. E loro si librarono in aria, fino e oltre la parvenza azzurra che sovrasta gli uomini per tutta la vita…

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4 commenti
  1. HateQueen permalink

    Ciao! Sono HateQueen, e oh mio dio che angoscia. In senso positivo. Racconto meraviglioso, mi piace questo genere un po’ psichedelico. Non sai mai cosa sta succedendo davvero finché non finisci di leggere. La parte che ho preferito è quando il narratore parla di quanto siamo impossibili. Fa riflettere, direi. Complimentoni 🙂

    • Eh sì, l’intento era proprio confondere realtà e irrealtà!
      Grazie, Sua Maestà Odiosa! (Hate Queen…) 🙂

  2. Originalissima storia!
    Complimenti!
    PS: ho inserito questa seconda parte nel reblog della prima…
    Ciao

    • Grazie dei complimenti e del ribloggamento! 🙂

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