Skip to content

Racconto: Fuga dall’incubo – Pt. 4/10

dicembre 27, 2012

L’incubo continua, fra zombi e assurdità varie. Vi ripeto: attenzione ai particolari, perché alla fine tutto potrebbe avere un senso. O no?
Se vi siete appena sintonizzati, ricordo che la storia comincia qui.
Buona lettura!
__

Apro gli occhi e vedo, attraverso il vetro a cui sono appoggiata, il mondo che corre in direzione contraria. Ma è difficile credere che questa volta mi sia svegliata davvero. Dopo ben tre sogni che iniziano allo stesso identico modo, di cui l’ultimo a suo modo era molto realistico, mi convinco che sto sognando di nuovo. Ma… non sono stata proprio io, nell’ultimo incubo, a dirmi che è inutile domandarsi se si sta sognando, perché niente e nessuno può darci una risposta credibile? E’ anche vero però che questo incubo (perché sono certa che non è la realtà) è già il quarto. Uguale agli altri. Non posso farmi fregare di nuovo, questa volta è troppo ovvio. Guardo dal finestrino la campagna che passa. Mi domando se sto dormendo su un treno, visto che tutti i miei sogni sono ambientati in uno scompartimento deserto. Mi chiedo anche che cosa dovrei fare. E’ meglio aspettare che accada qualche altra stranezza onirica, sapendo che tanto non è reale? O forse dovrei sforzarmi di ricordare a chi appartiene quel nome che ricorre nei miei sogni, Oscar? Ma se lo ricordassi, potrei fidarmi di ciò che ricordo? In passato mi è già capitato di sognare, rendermi conto che vivevo un sogno, e credere di ricordare che il luogo in cui mi trovavo (una casa nuova, una cantina, un castello…) l’avevo già visitato in un sogno più vecchio. Al risveglio però ero sicura che non fosse vero. E’ affidabile quello che si crede di ricordare in un sogno? No, certo. Ma forse dovrei chiedermi se i ricordi che vediamo e sentiamo da svegli ci danno più sicurezza: non è forse vero che non esistono due persone che ricordano un evento allo stesso modo? E dovrei chiedermi se sono così sicura che la realtà sia più vera dei sogni. E se il sogno che vivo debba essere per forza mio, o non possa essere di qualcun altro. E se…
Basta! Mi scuoto, come prima, per non precipitare nel solito vortice ossessionante di domande che non avranno mai risposta. Solo che prima era un sogno, mentre adesso… adesso? Sì, dev’essere un sogno.
No, no, un momento: se ogni volta che credo di svegliarmi penso che è un sogno, va a finire che mi sveglio davvero convincendomi che non è vero. Bisogna avere un po’ di irrazionale fede nella realtà, se si vuole vivere. Se non si vuole impazzire. Bisogna, che cavolo! Ma questi sono slogan, niente di più: so già che ora entrerà il controllore del sogno, mi chiederà il biglietto, e avverrà qualcosa di folle, qualcosa che per fortuna nella realtà non potrebbe mai accadere.

«Si avvisano i signori viaggiatori che ci stiamo avvicinando alla stazione di Limora. Il treno viaggia con un ritardo di sette minuti». Limora? Ora ricorre anche il nome del paese, a quanto pare. Non l’ho mai sentito nella realtà, o forse l’ho dimenticato. Non posso fare a meno di chiedermi se esiste davvero, ammesso che abbia senso porsi una domanda simile in sogno. Comunque, decido di scendere. Tanto sono certa che questa non è la realtà, e anche se lo fosse non ho la minima idea di dove sto andando: magari proprio a Limora. Non so dove sto andando perché, come nel primo sogno, il biglietto non ce l’ho.
Il treno rallenta progressivamente, mentre entriamo ci avviciniamo alla stazioncina deserta. Il cartellone blu con la scritta bianca, con la scritta LIMORA, è arrugginito e sbiadito. Mentre cammino verso l’uscita trascinandomi dietro il trolley, ho la conferma che anche il mio vagone è deserto. Tutto – il treno, la stazione – è immerso in una nebbia leggera, che ti lascia vedere il mondo, ma lo filtra di un bianco irreale, un po’ pauroso, un po’ malinconico. Sento una specie di formicolio al cuore. Sono strana, scommetto che nessun altro al mondo prova niente del genere. Quando ho la malinconia, sento una sensazione fisica che mi prende il cuore; non è spiacevole, anzi a suo modo mi fa almeno sentire viva.
Scendo dal treno, sono l’unica. Ci sono solo due binari, che vanno paralleli dalla nebbia verso la nebbia. Non ho la minima idea di dove mi trovo: se non fossi sicura che è tutto un sogno, sarei matta a fermarmi in un posto del genere. Ho anche freddo, sarà meglio tirare fuori dalla valigia un golfino, ammesso che ci sia – magari quello rosa. La stazione è un edificio piccolissimo: un atrio sporco e una biglietteria chiusa. Le porte sono rotte da chissà quanto tempo.
Oltrepasso la stazione, stringendomi fra le braccia. Il golfino è appena sufficiente e la nebbia opprime la pelle e i polmoni. Il paese è fatto di case vecchie, finestre chiuse o addirittura sbarrate, porte a volte sfondate. Edifici che sembrano abbandonati. Ma non possono esserlo, altrimenti il treno non fermerebbe. Ehi, ma cosa dico? E’ un sogno, non ha una logica! Non devo dimenticarlo. Sì, è un sogno, e infatti non mi stupisco di vedere un morto che esce da una di queste case. Viene verso di me. Arranca lento su un ginocchio che si piega in modo innaturale ad ogni passo, producendo uno scricchiolio che mi fa rabbrividire: l’osso è lì lì per spezzarsi in due parti sotto il peso del corpo. Su un lato della sua testa vedo una grande apertura, sulla quale mancano la pelle e il cranio. Ma perché sogno queste scene orribili? Probabilmente guardo troppi film horror, anche se al momento non riesco a ricordarne nemmeno uno. Avanza talmente piano che potrei scappare e non mi raggiungerebbe mai, oppure potrei con tutta calma cercare un’arma e sfondargli il cranio, uccidendolo una volta per tutte. E dovrei farlo, perché i morti mangiano i vivi, trasformandoli in morti. E’ per questo che al mondo ci sono più morti che vivi. Ma non lo faccio, aspetto che mi raggiunga. Il suo viso ha un’aria vagamente familiare. Non so se sa parlare come i cadaveri del secondo sogno, mi sembra molto meno intelligente e più malconcio. Ma tentar non nuoce, e gli chiedo: «Sei Oscar?». Rantola un «No», e insieme alla voce sgorga dalle labbra un fiotto di pus, o qualcosa del genere. Sì, devo proprio piantarla di guardare i film horror. Oppure no? In realtà non mi fa schifo. Si avvicina per mordermi, ma mi basta una mano sulla sua fronte per tenerlo a distanza. Agita a vuoto la sua mascella storta, ne cade un dente nero. Mi dico che in questo sogno è molto facile sopravvivere, quando sento un fischio che proviene dall’alto: alzo lo sguardo e vedo che un meteorite laser mi sta cadendo sulla testa.

>> Continua

Annunci

From → Horror, Racconti

3 commenti
  1. no, niente un’esclamazione…tra sogno e realtà inizio a confondermi.
    confermi che è su un treno, si?

  2. ………mah…….

    • Inizia a non piacerti più? Che vuol dire mah? Dai, non mi offendo…

Sì, puoi scrivere un Commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: