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Racconto: Fuga dall’incubo – Pt. 5/10

dicembre 30, 2012

La nostra sognatrice è decisa a uscire dalla spirale degli incubi in cui è caduta, e qualcuno (se non è un sogno) le sta dando una mano… ma uscire come?
Se non avete cominciato dalla prima parte… fatelo, prima di arrivare fin qui.
Buona lettura!

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Apro gli occhi e vedo, attraverso il vetro a cui sono appoggiata, il mondo che corre in direzione contraria. Basta sogni assurdi, basta! Ripenso al meteorite laser. Che spavento vedermelo cadere sulla testa, così all’improvviso… e che immagine stupida! Se i sogni nascono nella nostra mente, come diavolo ho potuto pensare a un meteorite laser? Passi per i morti che camminano, come appassionata di horror mi sento giustificata. Ma in quei sogni c’erano segnali di follia. Altri aspetti invece erano assolutamente normali, tanto che nulla lasciava presagire non fossero reali.
Ma ciò che è peggio è l’impossibilità di svegliarmi. Ora so che sto sognando, e questo mi protegge dalla paura di ciò che vedo. Ma un terrore più grande sta nascendo in me: mi chiedo se riuscirò mai a svegliarmi. Lo schema dei sogni è sempre lo stesso: mi sveglio con la testa appoggiata sul finestrino, tutto sembra relativamente normale, poi iniziano le assurdità… e quando ne capita una troppo grossa, mi sveglio. Mi sveglio, certo, ma non nella realtà: in un altro sogno! Perché sono finita in questo ciclo infernale? Cosa posso fare per uscirne?
Mi suicido. Forse, se mi suicido, mi sveglierò davvero. Se non altro per lo shock; nei sogni funziona così.
Guardo il finestrino. L’apertura e basculante non permette a un essere umano di gettarsi fuori. Devo romperlo, ma come? Il vetro dev’essere molto resistente. Apro la valigia, in cerca di qualcosa che possa sfondarlo, ma non trovo niente che sia abbastanza duro. Poi mi dico: è un sogno! Se io decido che il vetro si rompe, si romperà! Afferro una delle mie scarpe e picchio il tacco contro il finestrino più forte che posso. Nella realtà non si infrangerebbe di certo, ma nel sogno vedo i minuscoli pezzi di vetro volare via e disperdersi nella campagna verde-scuro che ha l’odore di una pioggia finita da poco. Mi sporgo. Il treno è molto veloce. Certo che, anche sapendo di essere in un sogno è difficile suicidarsi… Una voce dal corridoio mi dà la scusa per desistere dal mio gesto: qualcuno sta chiamando Oscar.
Rapidamente calzo la scarpa con cui ho fracassato il finestrino e corro a vedere. Quello che grida è un nano vestito da clown. Sul suo volto bianco è dipinto un sorriso inquietante, simile a quello del Joker; la sua giacca è verde, e sopra di essa porta un paio di bretelle rosa. Percorre il corridoio nella mia direzione, ma senza far caso a me, gridando il nome di Oscar e cercandolo in tutti gli scompartimenti. Gli dico: «Un momento, signore… anch’io cerco Oscar!». Ma lui non mi vede e non mi sente. Viene verso di me e sembra che stia per travolgermi nella sua camminata frenetica, così faccio per scansarmi… ma non sono abbastanza pronta, e i nostri corpi si toccano. O meglio, dovrebbero toccarsi. In realtà (ma questa non è la realtà) mi passa attraverso come un fantasma. Resta da vedere se il fantasma è lui o sono io.
E’ stato un bello spavento anche questo, e il cuore batte. Ma mi dico, «sicuramente sto per svegliarmi». E’ lo schema fisso dei miei sogni, no? Invece mi suona il telefono. Ce l’ho in qualche tasca, dov’è? Il pagliaccio grida: «Oscar, ti suona il telefono, rispondi!». E ride. Non vede me, ma sente il mio telefono! Io intanto lo trovo nella tasca interna, non è il cellulare ma il telefono fisso… non importa, mi affretto a rispondere: «Sì? Chi… chi è?».
La voce dall’altra parte è giovanile, amichevole, ma non la riconosco proprio: «Eccoti, finalmente! Sono Oscar! Senti, io voglio tirarti fuori dai tuoi incubi, ma devi aiutarmi… esci di lì! Mi senti? Devi uscire di lì, prima che sia troppo tardi!». Certo che lo sento – gli rispondo – ma lui non sente me. Gli chiedo come posso uscire e cosa accadrà quando sarà troppo tardi. Gli chiedo chi è e cosa sta succedendo. Ma non sente nessuna delle mie domande e mi chiama invano, finché la batteria del cellulare si esaurisce. Non ho il carica-batterie con me, e comunque ricordo di aver finito anche il credito. L’altoparlante annuncia: «E’ in arrivo la stazione di Limora, che è in ritardo di 666 minuti perché per qualcuno il tempo si è fermato sul nascere. Se vuole scendere, prima ci faccia la cortesia di aggiustare il finestrino che ha rotto. Troverà lo scotch nel primo cassetto a destra e poi dritto fino al mattino, anche se certi danni sono irreparabili». Il treno si ferma di colpo, io corro attraverso il corridoio che sembra non finire mai… non voglio che riparta senza che io sia scesa… Oscar, è già troppo tardi? Oscar, dove sei, dove sono? La porta del vagone si apre a fatica, la spingo con tutte le mie forze e mi lancio fuori, cadendo malamente sul marciapiede bagnato della stazione. Dolore a un polso, devo essermelo slogato. Non c’è nessuno, solo la nebbia e un cartello arrugginito che annuncia LIMORA… la nebbia è stranamente scura e si stringe attorno a me, io le grido contro: «Sono uscita! Mi senti, Oscar? Mi vedi? Sono uscita dal treno! Non è troppo tardi, vero? Oscar!».

>> Continua

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From → Horror, Racconti

One Comment
  1. Mateorite laser….ma che roba è??

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