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Racconto: Fuga dall’incubo – Pt. 6/10

gennaio 4, 2013


Continua l’assurda avventura della nostra amica… è riuscita a svegliarsi, questa volta? Vi avevo detto di stare attenti ai particolari; alcuni vecchi dettagli ricompaiono, altri fanno capolino qui, e più avanti avranno senso.
Come al solito, se non avete cominciato dall’inizio, vi invito a farlo. E naturalmente, ogni commento mi farà piacere…
Buona lettura!

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Apro gli occhi appoggiata sulle braccia e vedo, da dietro il vetro di un bicchiere, la birreria Fiume Rosso, un luogo a cui sono affezionata. Come sono finita qui? Sono sveglia finalmente, oppure dormo?
Ai lati del tavolino di legno scuro, inciso da mille disegnini e firme impressi dagli avventori con delle chiavi, sono seduti Piero e Marco. Ma cosa ci faccio qui con Marco? Davide non lo può vedere, mi farebbe una delle sue solite scenate. Come lo odio… cioè, non lui, ma le sue piazzate. Marco invece era dolce. Perché l’ho lasciato? Fatico a ricordare il motivo. C’erano alcuni modi di fare che mi urtavano, sì, ma ora mi sembra tutto così sciocco: non si accorgeva se mi tingevo i capelli, non si ricordava il mio onomastico, nominava qualche volta di troppo certe sue ex, però io so che mi amava. Lasciarlo è stato tristissimo; lui si sforzava di sorridere, io non riuscivo a smettere di piangere. E’ stata la prima volta che ho lasciato qualcuno, e spero l’ultima: non avevo idea di quanto facesse male dire certe cose in faccia. Ero troppo abituata a sentirmele dire. L’abbandono fa soffrire tutte e due le parti, non dovrebbe esistere. Ricordo che abbiamo parlato sul lungomare e poi, mentre me ne andavo verso casa, mi sono sentita sporca, colpevole. Se proprio dovrò lasciare di nuovo qualcuno, lo farò tramite Barker.
Sono pensieri di un istante, farò bene a scacciarli. La vita continua. Prima che io possa dire qualcosa (anche un banale: «Cosa ci faccio qui?»), è Marco a parlare: «Chissà dove è finita. Non c’è traccia di lei da nessuna parte. Non ha detto a nessuno dove andava. Pensa, non l’ha scritto nemmeno su Barker. Ha comprato un biglietto per un posto chiamato Limora, ma se è partita lo ha fatto senza portarlo con sé, lo hanno trovato in camera sua».
Piero fa spallucce. E’ da molto che non lo vedo. E’ abbattuto… faccia da zombi, direi: «E’ un indizio, no? Cercatela lì. Sarà a Limora».
«Non è così semplice – risponde Marco – Limora non è segnata su nessuna carta e non si trova nemmeno con Moogol Earth. Non c’è un solo sito internet su quel paese, non ne parla neanche Wikipedia. Ci siamo informati anche alla società dei treni, ma ci hanno detto che se il paese esiste non ha una stazione. Il biglietto sembra autentico, con tanto di filigrana e numeri di serie esatti, ma nemmeno loro capiscono da dove sia saltato fuori. Hanno detto anche che lo sportello che lo ha emesso risulta chiuso da molti anni».
Piero non sembra molto interessato: «Sarà un errore… avranno fatto casino con i numeri degli sportelli e avranno stampato male il nome della stazione d’arrivo…».
Marco allarga le braccia. Beve un sorso di birra. Scura, l’unica che gli piaccia. Piero invece ha un bicchiere di latte. «Mah, mi sembra strano. Ormai è tutto computerizzato, se sbagliano il nome di una stazione non dovrebbero sbagliarlo su migliaia di altri biglietti? Insomma, Piero, io sono preoccupato».
Sono incredula. Mi sembra tutto così assurdo… è per questo che non ho ancora detto niente. Scuoto Marco per un braccio: «Ma cosa stai dicendo? Ehi, io sono qui, di fianco a te!».
Mi guarda sconsolato… Dio, quanto è bello quando ha quello sguardo triste, con quegli occhi verdi e la barba di un paio di giorni! Vorrei saltargli al collo! «No, non sei qui… lo dici solo per farci piacere. La verità è che non sappiamo nemmeno se sei viva o morta. Forse non ti vedrò mai più…».
Le sue parole mi colpiscono come un sasso, al punto di spingermi indietro: «Ma che dici? Ti sto parlando, mi stai parlando… sono qui, Marco, non prendermi in giro!». Angoscia… e questa volta non è un sogno, lo sento, è qualcosa di più terribile… forse è addirittura… rabbrividisco al solo pensiero, ma forse questa è la realtà!
Marco scuote il capo e beve. Fissa il vuoto per un istante e beve ancora, prima di rispondere: «Ma non capisci? Se tu fossi qui, non saresti sparita! Non essere irragionevole, la realtà è sotto gli occhi di tutti. A che serve negarlo? Non ci sei, e noi… noi non sappiamo come andare avanti senza di te».
Queste parole, dette da lui… Marco, tu mi hai lasciata! Non dovrei nemmeno essere qui con te! Davide andrebbe su tutte le furie… gli voglio bene, ma con lui è stato tutto così facile, mentre con te… mi hai lasciata, ma il mio cuore si è impigliato nei tuoi occhi… ora ho voglia di piangere.
Piero però batte il pugno sul tavolo, e finalmente dice la sua – è furioso, grida: «Parla per te, Marco! Lei è sempre andata avanti senza di me, e io posso tranquillamente stare senza di lei! Mi ha ucciso, te lo sei dimenticato? Mi ha ucciso!». Non è possibile, è ancora arrabbiato con me! Ma non è colpa mia! Ha una crisi isterica, si alza, prende il suo bicchiere e lo scaglia per terra mandandolo in frantumi fra la gente che ci guarda con occhi vuoti… vuole andarsene, io lo fermo aggrappandomi alla sua spalla: «Fermati Piero, parliamo… ti prego!». Continua a camminare trascinandomi, anche se cerca di staccare le mie braccia da sé. Ma io non voglio più lasciarlo. «Non ho niente da dirti! Tu mi hai ucciso, ora lasciami in pace!». No, non lo lascio. Gli urlo di fermarsi, piango, punto i piedi, perdo una scarpa… riesce a uscire dal pub, facendomi sbattere la schiena contro la porta, ma gli dico: «Ovunque tu vada, io sarò con te… siamo legati, è un legame fisico, siamo una persona sola… perdonami, lo sai che non avrei mai voluto…».
Ma l’ho ucciso davvero? Non ricordo… no… no… no, non posso averlo ucciso! Perché dice che l’ho ucciso?
Mi stacca da lui. Le mie braccia sono strette fra le sue mani. Mi sta facendo male. Il suo sguardo è cattivo, e fa ancora più male.
«Non dovevi staccarti, infatti! Ma hai voluto farlo, hai voluto andare via da me, e io sono morto di dolore! Morto di dolore! Hai idea di cosa ho provato?».
Anche i suoi occhi si riempono di lacrime. E’ morto di dolore, queste parole echeggiano nella mia testa…
Non ricordo… non ricordo! Non posso averti ucciso, Piero, io ti amo! Ma lui si allontana arrancando sul suo ginocchio, che ad ogni passo si piega in modo innaturale, con l’osso che scricchiola come se dovesse spezzarsi sotto il peso del corpo. E io rimango a piangere sull’asfalto, e la pioggia lava via le mie lacrime sporche. La parte sinistra della testa mi fa male, come se mi avessero strappato un pezzo. Chi sei, Piero? Io… non mi ricordo di te… ma non ti ho ucciso, io ti amo…

Un messaggio di Oscar, sul telefono: «Non ci pensare, o non riuscirai mai a uscire di lì!».

>> Continua

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From → Horror, Racconti

3 commenti
  1. …sarà bene…che già sono “confusa” mica posso rileggere il tutto per collegare il resto , no? 😉

  2. Caspita!…. ero convinta ci fosse….(sbrigati :))

  3. …vado al prossimo racconto…di corsa….

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