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Racconto: Fuga dall’incubo – Pt. 7/10

gennaio 9, 2013

Continua l’avventura onirica. L’ultima parte è stata angosciante per la nostra amica, ha bisogno di riprendersi. Ma non illudetevi di capirci qualcosa, per ora.
Come al solito invito chi non l’avesse fatto a cominciare dall’inizio.
Ma voi potreste rispondere: “L’inizio esiste o lo sto sognando? E se esiste, cos’ha l’inizio che la fine non ha?”. Beh, iniziate un po’ da dove vi pare.

__

Apro gli occhi e vedo, attraverso il vetro a cui sono appoggiata, il mondo che corre in direzione contraria. Sto ancora pensando all’ultimo sogno: questa volta era troppo angosciante. Non avevo idea che un sogno potesse far soffrire fino a questo punto. Non era reale e razionalmente me ne rendo conto, eppure al solo pensiero di quegli occhi pieni di lacrime, che mi dicono: «Tu mi hai lasciato e io sono morto di dolore»… Dio, come si può morire di dolore? Fra tutte le morti, dev’essere la peggiore. Forse è peggio che morire in un incendio, morire annegati, o… non lo so. Non riesco nemmeno a immaginare un dolore tanto forte da uccidere. Cosa deve provare, chi muore di dolore? Magari c’è una sensazione fisica, come un nodo alla gola – come quello che si ha quando si trattiene il pianto – che diventa tanto doloroso da strangolarti. O magari quando il cuore smette di battere si sente un colpo, come di un proiettile. O si sente solo un freddo glaciale, chissà. Ma tutto questo non è nemmeno la parte peggiore – cosa si sente dentro? La vita che ti schiaccia fino a distruggere completamente il tuo spirito, lasciando di te solo un pezzo di carne che respira perché obbedisce a stupide leggi fisiche, ma che non ha più voglia di farlo… un abbandono che ti toglie tutto, ti lascia senz’aria, senza una sola cosa che abbia una qualche importanza… un’angoscia che è peggiore del nulla definitivo che un essere vivente può nominare, ma di cui non può afferrare il concetto… e allora muori, come un ultimo crudele atto di pietà che ti concedi da solo.
Vale la pena di soffrire tanto per una separazione? Può davvero una persona morire perché io le dico addio? Posso essere così importante da togliere a qualcuno ogni forza ed ogni voglia di vivere e sentire, solo andandomene? No, basta… basta pensarci, tanto non era reale… eppure, prima ancora di rendermene conto, mi ritrovo a piangere di nuovo. E sento il nodo alla gola. Meno male che il vagone è deserto, anzi spero che non passi qualcuno proprio ora. Devo avere gli occhi rossi, le lacrime non vogliono proprio stare dentro. Un fazzoletto. Sì, è nella borsa, devo ricompormi e smettere di pensarci. Maledetti sogni…

Uff… eccomi di ritorno dal bagno. Una sciacquata aiuta sempre, anche in sogno. Gli occhi sono decenti, il nodo alla gola passerà. Ora però devo uscire da questi sogni maledetti. Ma per riuscirci, devo capire cosa diavolo sta succedendo, e riuscire a parlare con Oscar, se esiste. Un momento: se esiste? Ma che c’entra il fatto che esista o meno, se so sognando? Ecco la parte peggiore: non riesco più a ragionare lucidamente, il vero e il falso sono due concetti che mi sembrano sempre più aleatori.
Tiro fuori il tablet, vado su Barker: nessun messaggio, nemmeno da Piero, da Marco o da Oscar. Ci speravo. Cosa posso fare, se scendere dal treno non serve a niente, e Oscar non mi telefona più? Che speranze ho di uscire da questo sogno senza confini? Sembra che tutti i miei tentativi non servano a niente.
Un momento: un messaggio mi arriva proprio ora, dalla clinica di Limora! Il tono è professionale, molto cortese ma in qualche modo caldo, come se gli interessasse qualcosa di me. E’ piacevole, sì: forse sono sciocca a dar peso a queste moine automatizzate, ma sono fatta così. Quello che mi sconvolge è il contenuto del messaggio: hanno un posto libero, tra due mesi. Potrò operarmi! Mi riempo di emozioni contrastanti che non so descrivere. Posso solo dire che ogni mio muscolo acquista una volontà propria: il mio corpo intero decide di ridere, le lacrime si ritornano da sole, le gambe tentano di convincermi a saltare di gioia! Sono felice, ma ho bisogno di privacy. Infilo in fretta il tablet nella borsa e corro di nuovo in bagno, attraversando il vagone che è ancora deserto. Mi chiudo dentro e mi appoggio sul lavandino, con il mio nuovo sorriso ebete, che in fondo mi dona. Mi ritrovo a parlare con lo specchio: «Dimmi che questa volta non è un sogno». Non risponde. Forse non lo è davvero. O forse lo è, ma lo specchio non lo sa.
Faccio qualcosa di stupido, che non avevo mai fatto: srotolo freneticamente la carta igienica e ne infilo un mucchietto nelle mutande, come fanno i ragazzini maschi per far credere di avere chissà che cosa dentro ai jeans. Guardo il rigonfiamento compiaciuta. Con le dita premo più che posso sui miei stupidi seni, nella camicetta – questo l’ho già fatto, migliaia di volte. Questi seni che non si può mai nascondere veramente, che mi fanno stare seduta con la schiena storta, sperando di farli sparire nell’avanzo dei miei vestiti. E che sono ovunque – le amazzoni se ne tagliavano uno, per poter usare l’arco. Mi sto facendo male, schiacciandoli, ma questo dolore aiuta a rendere tutto più reale. C’è ancora una sporgenza sul petto, ma l’immaginazione lima un po’ la mia immagine riflessa, per renderla più credibile e più attraente. Sono ancora un po’ effeminato, per via dei lineamenti del viso, ma a molte donne questa caratteristica piace. Sono… voglio dire, sarei… sarò quasi bello. Sarò bello! E’ la prima volta che penso questo di me. Ho paura, ma finalmente mi sento in armonia con me stesso. Il mio corpo non mi fa ribrezzo, non ho più bisogno di fargli la guerra. Sento che presto io e lui ci assomiglieremo.
Fra due mesi…
se non è un sogno.

>> Continua

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From → Horror, Racconti

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