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Racconto: Fuga dall’incubo – Pt. 9/10

marzo 7, 2013

Siamo quasi alla fine. In questa penultima parte si chiarirà il mistero. Saprete tutto, o almeno così crederete voi. E se rileggerete tutto daccapo, vi accorgerete che ogni particolare ha un senso, soprattutto quando sembra che non ce l’abbia. Solo che…

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La bara di metallo si apre. Entra un raggio di luce che mi trafigge gli occhi, mentre il freddo sulla mia pelle nuda mi dà un brivido e mi fa tremare. Sensazioni! Finalmente provo delle sensazioni! Ma ora devo uscire da questo sarcofago… fuori, fuori! Come in preda a un attacco di claustrofobia, costringo i miei muscoli ancora dormienti, e privi di forza, ad arrancare fuori di qui. Appena riesco a fare capolino dalla bara, con gli occhi socchiusi per la luce a cui non sono più abituata, vedo due file di computer intorno a me, muri bianchi, persone disposte in cerchio. Il pubblico – per la maggior parte in camice bianco, alcuni portano occhiali, quasi tutti maschi – mi osserva mentre mi trascino fuori da questa trappola. Quando qualcuno si precipita ad aiutarmi per evitare che io cada sul pavimento, li spingo via. Non voglio il loro aiuto, non voglio essere toccata da quei porci. Non mi importa di essere nuda, ma non li voglio attorno.
Se i ricordi non avessero iniziato a tornare, dovrei convincermi che la situazione assurda in cui mi trovo è un altro sogno. Ma non è così, lo so. Anche se sono debolissima e confusa, so dove sono. Non sono su un treno e non sto andando a Limora. Non ci sono zombi. Ma Oscar esiste, e lo vedo chinarsi su di me con un espressione mortificata: «Senti, Anna, noi abbiamo tentato di tutto per tirarti fuori… non era mai successo niente del genere, con gli altri collaboratori…».
Gli sputo in faccia. Farei di peggio, se ne avessi la forza. Si pulisce con la manica del camice bianco, stizzito. «Collaboratori? Siamo cavie».
Si alza indispettito. «Siete pagati per fare ciò che fate».
Un infermiere mi porge i miei vestiti, io li afferro e mi infilo in fretta la biancheria intima, cercando di non mostrare troppo il mio corpo. Avrei potuto rivestirmi con calma nella bara, ma… no, via da quella cosa! «Nel contratto non era scritto che sarebbe successo tutto questo. Vedremo cosa ne penserà il tribunale».
Oscar mi osserva dapprima divertito, poi ridacchia, con la bocca chiusa e il corpo che sussulta su e giù assieme alle braccia incrociate: «Oh, rivolgiti pure al tribunale. O ai giornali, al Presidente della Repubblica, a chi ti pare. Abbiamo già vinto decine di processi del genere!».
Mi infilo la gonna. «Allora era già successo! Oscar, sei un bastardo! E voi altri siete dei macellai!».
Nessuno di quei ricercatori si scompone per l’insulto. Oscar sospira. Sta tentando di essere falsamente gentile. Vorrebbe mandarmi via a pedate, e io sarei ben contenta di andarmene, ma prima c’è qualcosa che vuole sapere. Si capisce perché tira la faccenda per le lunghe, e non mi sembra da lui. Nei nostri brevi colloqui mi è sempre sembrato una persona pratica e spiccia.
«Senti, non è colpa nostra. La privazione sensoriale nella capsula può avere effetti terapeutici molto importanti, e intendiamo studiarli. E’ vero, a volte può esserci qualche effetto collaterale. Allucinazioni, per esempio. Ma non è mai successo che qualcuno non riuscisse a svegliarsi per settimane, tanto più che noi da fuori abbiamo tentato più volte di…».
Privazione sensoriale. Buio, silenzio. Sospesa nel vuoto nella bara metallica. Nessuna sensazione: completamente privata della vista, dell’udito, del tatto, dell’olfatto e del gusto. Solo io e io, nel vuoto immutabile. L’immaginazione diventa più concreta dei sensi. Il sonno si confonde con la veglia. In quelle condizioni, l’unica realtà sono i più osceni meandri della mente. Un esperimento scientifico estremamente interessante, suppongo.
Ma una delle sue parole mi colpisce. Lo afferro per il bavero, il porco, e vedo con la coda dell’occhio infermieri indecisi se intervenire per salvare il loro capo: «Settimane?! Quante settimane?! Non siete riusciti a svegliarmi, o non avete voluto?!». Mi separano da lui prima che gli cavi gli occhi. Mi fanno sedere. Non voglio sedermi, voglio sfregiare quell’animale con le mie unghie! Ma conosco i loro metodi, e so che se non mi calmo mi sederanno. Respiro. Oscar si siede davanti a me, scusandosi ancora con quel suo tono ipocrita. Mi fa portare un caffè caldo, amaro, in un bicchierino di plastica. Finalmente sento un sapore!
Ora parlo io. Quasi non riconosco la mia voce: è grave, rabbiosa ma forzatamente pacata. Le do un sapore minaccioso per far sì che il mio tono non tremi.
«Risparmiati le domande, so cosa vuoi sapere. E pur di andarmene al più presto sono disposta a rispondere alle tue curiosità. – Pausa per raccogliere le idee, poi parto con l’elenco – Sì, sono davvero appassionata di film horror. No, non credo esista Limora, o almeno quel nome non mi dice niente. Marco è un ragazzo con cui sono stata. Non credo che lui mi pensi ancora, ma forse io penso a lui».
«E… Piero?».
Te l’avrei detto, pezzo di merda! Non puoi aspettare? Ho bisogno di deglutire, cercare le parole e ricacciare indietro le lacrime. Parlo lentamente.
«E’ vero che ho sentito mio padre dire che avrebbe voluto un maschio. E anche mia madre. Dovevo essere piccola, è un ricordo vaghissimo. Credo di non averci mai più pensato in tutti questi anni, non so come quel ricordo sia potuto emergere in un sogno. Ma probabilmente, quando ero piccola, quella frase deve avermi ferita. Comunque, dicevo: è vero che mio padre lo ha detto, ma non è vero che non ho mai avuto un fratello. Non ho nessun ricordo di lui, per quanto vago. Me ne ha parlato mia nonna, anni fa, e i miei genitori non ne hanno mai fatto parola. Fino a oggi avevo rimosso questa storia».
Di nuovo, Oscar si finge dispiaciuto e comprensivo; è in contrasto con le sue parole, crude e violente: «Ma è vero che lo hai ucciso?».
Guardo fisso un punto tra la bara aperta e un tizio che esamina dei dati su un computer. Numeri che parlano di me immagino, o almeno così crede lui. Mi inumidisco le labbra. «Se ho ucciso mio fratello? Sì. E’ inutile mentire, l’ho ucciso, e il mio inconscio mi accusa. Deve esserci un motivo se quella figura mi ha perseguitato in queste settimane di incubi. La colpa ha vissuto in me per tutta la vita, torturandomi senza mai parlarmi nei momenti di veglia. Ma in realtà no, non l’ho ucciso io. Alla nascita, le nostre teste erano attaccate. Uno di noi doveva morire perché l’altro vivesse. Lui aveva un ginocchio deforme, o così mi disse mia nonna. Dev’essere per questo che hanno ucciso lui e tenuto me». Anche se mio padre voleva un maschio, ma questo non lo dico.

Ho tentato di far sembrare il più fredda possibile quest’ultima parte. Ci sono riuscita? Non ne ho idea. Ad ogni modo Oscar ha la decenza di piantarla di fingersi dispiaciuto – meglio così. Nella mia testa c’è l’inferno, domande che non avranno mai risposta, ricordi che avrebbero dovuto restare sepolti; ma questo non lo riguarda. Sa quello che voleva sapere. Ha tutti i dati che gli servono. Perciò non mi ferma, mentre mi alzo e me ne vado.

Continua…

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